“Internet ci rende stupidi?”

È il titolo di un importante saggio di Nicholas Carr: mettendo in relazione la crescita esponenziale della potenza dell’Intelligenza Artificiale e l’estrema plasticità, nel bene e nel male, del nostro cervello, pone la sempre più attuale e drammatica questione se l’uomo finirà per soccombere ad una forza che non saprà più controllare.

di Gianni Rallo

Nel 1964, il sociologo Marshall McLuhan (nella sua opera più nota, Gli strumenti del comunicare) definì un’importante regola applicabile a tutti i nuovi media che lo sviluppo della tecnologia umana ha via via – dalla scrittura, alla stampa, al computer – messo a punto: Il medium è il messaggio.

Intendeva dire che ogni nuovo mezzo di comunicazione – indipendentemente dalle cose comunicate – modifica il nostro modo di recepire e di produrre i messaggi. Detto in altri termini, ogni nuovo modo di comunicare modifica la struttura del cervello.

Il nostro obiettivo è di capire in che modo i nuovi media di oggi hanno, ancora una volta, cambiato le strutture neuronali dell’uomo contemporaneo.

Per procedere su questa strada è, però, prima assolutamente necessario fare alcune riflessioni su quanto le scienze neurologiche sono venute acquisendo sui misteriosi processi di funzionamento del nostro cervello.

Fino ai primi del ‘900, equiparando il cervello ad una macchina, si riteneva che le emozioni e il pensiero fossero suoi prodotti, come dire, “automatici”, che, cioè, il suo funzionamento elettro-chimico fosse delegato ad aree specifiche e immutabili, insostituibili da altre aree in caso di danno cerebrale (Freud cominciò a mettere in serio dubbio questa tesi parlando di Inconscio, introducendo così fattori sociali a determinare comportamenti e percezioni). Fino alla metà del ‘900 si riteneva pertanto che, una volta raggiunto lo stadio adulto, il cervello costituisse una struttura immutabile destinata al naturale decadimento dato dall’età.

Da allora – grazie anche agli esperimenti del fisiologo Michael Merzenich e dopo l’intuizione dell’eclettico ricercatore Paul Bach-y-Rita – ci si cominciò invece a render conto che il cervello è in continua evoluzione: continua, cioè, a creare nuove reti neuronali (collegamenti tra neuroni, cioè frammenti di conoscenza) per adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali e sociali. Certo con un certo degrado, ma l’adattamento e l’apprendimento hanno luogo fino al termine della vita biologica. E’ quella che viene definita la PLASTICITÀ del cervello o NEUROPLASTICITÀ: McLuhan, e quelli che la pensavano come lui, non aveva, dunque, torto: anche il cambiare dei mezzi di comunicazione produce in noi una rimodellazione delle strutture mentali. La scoperta della NEUROPLASTICITÀ è una vera rivoluzione nell’ambito delle discipline neurologiche perché rivela una volta per tutte il meccanismo che ci consente di adeguarci ai cambiamenti, reagendo a nuovi stimoli e situazioni e creando ogni volta nuove strutture cerebrali (e permettendo, tra l’altro, recuperi neurologici una volta impensabili); ma è necessario dire che, allo stesso modo, può produrre CATTIVE ABITUDINI, cioè comportamenti sì adattativi, ma dannosi: si pensi alle droghe, al fumo, alla pornografia, etc. Ma soprattutto si pensi alla perdita della capacità di concentrazione, di memorizzazione, di elaborazione autonoma e critica delle conoscenze (per la quale la memoria è indispensabile), l’impoverimento del linguaggio, la necessità di sempre nuovi e superficiali stimoli, per limitarci a pochi ed essenziali aspetti. Proprio quest’ultima osservazione è fondamentale per il nostro discorso perché ci costringe a tornare alla pressante domanda iniziale: le nuove tecnologie influiscono positivamente o negativamente sulla mente umana così adattabile ma anche così fragile?

Qui si schierano in campo due diverse idee sul funzionamento del cervello e sull’influenza delle tecnologie nella vita dell’uomo:

  1. I DETERMINISTI ritengono che le tecnologie capaci di vita autonoma, compresa l’autoriproduzione (tante copie elettroniche, di fatto) che l’uomo finirà per creare, lo renderanno superfluo e cerebralmente inadeguato: il momento in cui ciò dovesse avvenire viene chiamato SINGOLARITÀ;
  2. Gli STRUMENTALISTI ritengono, invece, che le tecnologie siano solo strumenti al servizio dell’uomo, il funzionamento del cui cervello è fissato una volta per tutte e quindi immodificabile. Tesi, questa, preponderante rispetto all’altra, ma applicabile solo fino a vent’anni fa, prima di Internet, quando l’uomo poteva intervenire sulle tecnologie ma non era vero il contrario.

Prendendo in considerazione la natura del Web è facile intuire perché quanto siamo andati esponendo fin qua sulla plasticità del cervello sia particolarmente importante: Internet è la prima tecnologia di comunicazione BIDIREZIONALE; per via del suo carattere sociale noi utilizziamo la rete in un continuo ricevere e dare (notizie, mail, opinioni, “like”, musica, video, immagini, etc.). Ora, analizzando le caratteristiche di questi tipo di comunicazione (sempre più spesso compulsava e, in moltissimi casi, al limite della patologia) cercheremo di capire quali modifiche intervengano nelle strutture cerebrali dei loro utilizzatori e se l’allarme da più parti lanciato su pericoli incombenti sul futuro di un’umanità così cerebralmente “rimodellata” sia tale da destare preoccupazione oppure no. La caratteristica della pagina web – sempre più imitata da pubblicazioni cartacee – è di essere ricca di link (pubblicità, video, immagini, banner, oggetti simili, etc.): il proliferare di questi stimoli impedisce alla mente di concentrarsi su un singolo elemento (si rileva che il tempo di persistenza su una singola pagina non va oltre i 18 secondi), crea quello che viene definito un “carico cognitivo” eccessivo, una continua DISTRAZIONE e causa, di fatto, una perdita anche delle informazioni (perlopiù superficiali) che non si stabilizzano nella Memoria a lungo termine e quindi vengono dimenticate abbastanza rapidamente. Importanti sondaggi rivelano infatti che la maggioranza degli internauti non ricorda ciò che ha letto. In questo modo Internet interviene sulle strutture neurali deputate alla costruzione della memoria a lungo termine, che ha bisogno di concentrazione, attenzione e ripetizione dello stimolo (lettura concentrata e non frettolosa). La disponibilità dell’immenso database che la rete offre rende apparentemente non necessario l’esercizio della memoria, così il cervello perde anche la capacità di ricordare, creare reti neurali fra le cose apprese, ampliare i percorsi di conoscenza autonomi e originali: in questo modo, più “intelligente” (concetto da esplorare con attenzione perché viene spesso utilizzato in maniera distorta) diventa forse la rete – che interpretando sempre meglio i nostri bisogni, i nostri gusti, le nostre tendenze, riesce sempre più facilmente a condizionarci – ma non l’utilizzatore, costretto a navigare tra link sempre più lontani dal suo percorso originario, sempre più orientato alla ricerca del contatto con altri navigatori, sempre distratto e sollecitato a saltare da una pagina all’altra. È quello che viene definito l’utente GIOCOLIERE.

L’obiettivo dei padroni di fatto della rete (Google, Amazon, Facebook, etc.) è simile a ciò che l’introduzione del taylorismo (catena di montaggio) nelle fabbriche, ai primi del ‘900, intendeva ottenere:

  • Efficienza (nessun ritardo, nessun errore, tutto, subito e perfetto);
  • Velocità (bande sempre più larghe, contenuti sempre più sofisticate e ammalianti);
  • Attento studio dei tempi in fase di programmazione per non lasciare tempi morti;
  • Utilizzo di algoritmi che, pur sapendo approfittare dell’emotività degli utenti, non se ne fanno condizionare;
  • La grande barca dev’essere guidata da esperti (informatici, programmatori, manager), gli utenti devono seguire il labirinto (qualcuno ha parlato, in questo senso, di “neuroschiavi”).

E inoltre, in linea col moderno contesto sociale:

  • Possesso totale dei BIG DATA (l’incalcolabile somma di tutti i dati personali presenti in rete, legalmente o meno, e riguardanti ogni recondito aspetto della vita di ognuno di noi) in modo da personalizzare il più possibile il controllo sull’utente;
  • Fornire gratuitamente l’informazione (a pagare è la pubblicità) per incrementare i collegamenti in rete e la raccolta di dati, l’enorme mole dei quali è gestita a velocità prima inimmaginabili e in maniera quasi autonoma da sterminate reti di computer di ultimissima generazione.

In sostanza, e devo proprio chiudere, il rischio che usando il web come un prolungamento di noi stessi, magari convinti di essere noi a controllare i processi, della nostra memoria, dei nostri bisogni sociali, finirà per consegnarci interamente – è l’opinione di un numero sempre maggiore di scienziati ed esperti del settore, anche in prima persona coinvolti nel portare avanti questo processo – ad una prossima era dominata da una Intelligenza Artificiale Forte, cioè più intelligente di noi, che non riusciremo più a controllare.

Riprenderemo questi temi in altri interventi perché troppi aspetti sono stati esclusi o trattati troppo rapidamente. I testi indicati in calce sono, sotto questo profilo particolarmente interessanti, soprattutto il primo, che dovrebbe essere letto proprio da tutti.

 

Bibliografia di riferimento:
Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?, Scienza e Idee, 2011
Norman Doidge, Il cervello infinito, Ponte delle Grazie, 2007
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, 2015
Marshall McLuhan, Galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico, L’Espresso, 2006
Jerry Kaplan, Le persone non servono, LUISS, 2016
Martin Ford, Il futuro senza lavoro, Il Saggiatore, 2o17
James Barrat, La nostra invenzione finale. L’intelligenza artificiale e la fine dell’età dell’uomo, Nutrimenti, 2019

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