La verità è un diritto. Incontro con Fiammetta Borsellino

A Cagliari la figlia del Giudice Paolo Borsellino ucciso il 19 luglio del 1992

di Carmen Corda

Al Teatro Massimo di Cagliari, la figlia del Giudice Borsellino si racconta e ricostruisce anni molto difficili e di grande dolore. L’incontro, organizzato dall’OPG – Osservatorio per la Giustizia – ha visto la partecipazione di tanti giovani studenti dei licei cagliaritani: un fatto molto positivo, perché è proprio questo il momento di seminare la cultura della libertà, della legalità e della giustizia.

Fiammetta Borsellino torna in Sardegna per la prima volta dopo l’estate del 1985 quando, insieme a tutta la famiglia e al Giudice Falcone, fu costretta a trasferirsi all’Asinara, «un periodo molto difficile, vissuto però con consapevolezza e impegno». Qui i due magistrati di punta del pool antimafia avrebbero continuato a istruire il maxi processo, dopo che si era fatta chiara l’idea che fossero finiti nel mirino di Cosa Nostra. I due giudici avevano scelto una strada scomoda, quella che poi sarà ricordata come il “metodo Falcone-Borsellino”: indagare attraverso la via del denaro, degli
appalti, del potere economico.

 

Fiammetta Borsellino aveva soltanto 19 anni quando – il 19 luglio del 1992 – la mafia uccise suo padre, il Giudice Paolo Borsellino, in quella che sarà ricordata come la strage di via D’Amelio nella quale perderà la vita anche Emanuela Loi, giovane poliziotta di Sestu. Questa mattina la dott.ssa Borsellino si è recata in visita alla sua tomba per depositare una corona di fiori.

La strage di Via d’Amelio fu compiuta a soli 57 giorni di distanza dalla strage di Capaci, nella quale morirono il Giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Oggi, a ventisette anni di distanza e giunti oramai al Borsellino quater, non si conosce ancora la verità sulla strage.

Un grave depistaggio. È proprio la sentenza del Borsellino quater a definire la vicenda giudiziaria come «uno dei più grandi depistaggi della storia giudiziaria italiana». In un passaggio delle 1856 pagine si evidenzia come «soggetti inseriti negli apparati dello Stato» indussero Vincenzo Scarantino, il “pupo vestito”, a rendere false dichiarazioni sulla strage. I «soggetti inseriti negli apparati dello Stato» lo avrebbero indotto a mentire e avevano, a loro volta, «appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte».

Il depistaggio «è un fatto quasi endemico nel nostro sistema», evidenzia la dott.ssa Maria Cristina Ornano, magistrato e segretaria nazionale di Area Democratica per la Giustizia, «una pratica dolosa, largamente diffusa», un reato introdotto dal legislatore soltanto due anni fa, nel 2016 (art. 375 c.p.).

«Mio padre tradito da vivo e da morto». È con voce ferma e severa che Fiammetta Borsellino dice «mio padre non era un eroe, ma un servitore dello Stato, morto nell’esercizio del proprio dovere di fedeltà allo Stato». C’è stata – prosegue – «una complicità ad alti livelli, tanta omertà e tanta indifferenza, che sono poi alla base del potere mafioso». Oggi è importante – sottolinea – coltivare il valore della memoria quale valore necessario per proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato. Oggi – insiste – «fare memoria non significa soltanto l’intitolazione di una piazza o di un’aula» perché quella di via D’Amelio «è una storia di orrore e di menzogna. Siamo stati lasciati soli dallo Stato, o meglio dalla parte non sana dello Stato, quella dove trova terreno fertile la criminalità organizzata».

È importante, quindi, che oggi si ricordi e si continui a denunciare perché «il ricordo deve significare soprattutto riappropriarsi della testimonianza come patrimonio, della testimonianza di vita di uomini come mio padre. Bisogna dire chiaramente da che parte stiamo».

La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentite la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Paolo Borsellino

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