Giornata del Libro: Uta celebra Grazia Deledda nel centenario del Nobel

di Luisa Mura
Il 23 aprile, in occasione della Giornata Mondiale del Libro, la comunità di Uta ha vissuto una serata di grande intensità culturale e partecipazione, dedicata a una delle figure più alte della letteratura italiana: Grazia Deledda, nel centenario dell’assegnazione del Premio Nobel.
L’incontro, ospitato nei locali dell’oratorio e promosso dall’associazione dell’Oratorio in collaborazione con la Consulta delle donne, ha visto una notevole affluenza di pubblico, che ha gremito la sala in ogni ordine di posti, segno tangibile di un interesse vivo e condiviso per la cultura e la memoria letteraria.
A guidare la riflessione sono stati Don Roberto Maccioni, parroco di Uta, e il prof. Don Salvatore Bulla, relatore della serata, che ha offerto una lezione appassionata e approfondita.
Nel corso dell’incontro è stata tracciata la figura forte e determinata di Grazia Deledda, evidenziandone la formazione, il contesto culturale e sociale di origine e il lungo, straordinario percorso che dalla sua Nuoro la condusse fino a Roma e alla consacrazione internazionale. Una parabola umana e artistica che testimonia tenacia, talento e capacità di affermarsi in un panorama culturale allora fortemente dominato da figure maschili.
Particolarmente significativa è stata anche la riflessione sulla dimensione spirituale della scrittrice: è emersa infatti una figura profondamente segnata dalla fede, nutrita da una frequentazione assidua della Bibbia e, in modo speciale, dei Salmi, che ella leggeva quotidianamente.
Questo legame interiore ha contribuito a plasmare la sua sensibilità e la sua visione del mondo, lasciando tracce evidenti nella sua produzione letteraria.
La lezione ha inoltre allargato lo sguardo ad altri protagonisti della cultura nuorese tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ricordando personalità come Salvatore Satta e Sebastiano Satta, contribuendo a delineare un contesto straordinariamente fertile dal punto di vista intellettuale.
Attraverso il racconto e l’analisi delle opere e della vita della Deledda, è emersa con forza l’immagine di una donna capace di dare voce alla sua terra, trasformando la realtà sarda in letteratura universale.
Una figura imponente, che ancora oggi occupa un posto di primo piano nel panorama culturale internazionale.
La serata si è conclusa in un clima di partecipazione e condivisione, lasciando nei presenti il segno di una riflessione profonda sul valore della letteratura e sull’eredità di chi, come Grazia Deledda, ha saputo elevarla a espressione autentica dell’animo umano.
Il Nobel alla scrittrice sarda Grazia Deledda
Il 10 dicembre 1926 a Stoccolma, la scrittrice sarda Grazia Deledda viene insignita del Premio Nobel per la Letteratura.

L’autrice di Fior di Sardegna, Canne al Vento e Marianna Sirca è la quarta donna a ricevere un premio Nobel e la seconda donna a ricevere il Nobel per la Letteratura, dopo la scrittrice svedese Selma Lagerlöf.
Le motivazioni del premio:
“Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.”
Discorso di Grazia Deledda al conferimento del Nobel il 10/12/1927
Sono nata in Sardegna.
La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca.
Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così.
Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma.
E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruì una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani.
Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio.
Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne.
Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo.
Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente.
Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo.
E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.







