Netanyahu candida Trump al premio Nobel per la Pace: non c’è limite all’indecenza!

di Sandro Bandu

 

Tanti temi avrebbero meritato l’editoriale di questo numero.

Ma uno mi ha colpito in modo particolare e, purtroppo, oltre all’indignazione penso che veramente non ci sia più limite all’indecenza: il criminale di guerra Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi ha candidato il presidente USA Donald Trump al Nobel per la Pace.

Madre Teresa di Calcutta nel 1971, il Dalai Lama nel 1989, Nelson Mandela nel 1993, Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin nel 1994, sono tra le personalità che hanno ricevuto il premio Nobel per la Pace negli ultimi quarant’anni: a mio parere, e penso per molti, costoro si stanno rivoltando nella tomba!

Quindi, un criminale di guerra, Benjamin Netanyahu – che sta operando un vero e proprio genocidio, una pulizia etnica ai danni del popolo palestinese, con il beneplacito degli Usa, e purtroppo, con il silenzio di tanti leader Europei, in primis la nostra premier Giorgia Meloni, tra lo stupore mondiale – propone per questa importante onorificenza, che viene attribuita annualmente alle persone che si sono distinte per l’impegno in favore della pace mondiale apportando un importante contributo a quest’ultima, il suo compagno di merenda Donald Trump.

 

 

Non bastano più i tremendi filmati che i telegiornali ci propongono quotidianamente da Gaza: bambini, donne e uomini che vengono smembrati e trucidati dai bombardamenti israeliani, soprattutto quando cercano di afferrare, nella calca intorno ai mezzi umanitari, un po’ di cibo per sfamarsi.

Le città palestinesi non esistono più e le tendopoli ormai le hanno sostituite: non esistono più le strade, non c’è energia elettrica, non c’è più acqua potabile, i bambini che non perdono la vita sotto le bombe, muoiono per denutrizione, per le malattie esantematiche che da noi sono sparite da decenni grazie ai vaccini.

 

 

Sono poche le voci internazionali che dicono chiaramente, e non in politichese, che è in atto un vero e proprio genocidio.

Una persona, italiana, Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati dal 2022, di anni 48, da tempo è al centro di attacchi soprattutto da parte di ambienti politici vicini agli Stati Uniti e Israele. Il 9 luglio scorso l’amministrazione Trump ha imposto delle sanzioni nei suoi confronti per il suo ultimo rapporto su Israele e Gaza.

Lei non ha usato il politichese, non ha nascosto la verità. Ha avuto il coraggio di rispondere ai due compari.

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Ed è una risposta piena di dignità, piena di coraggio. Perché le sue parole non sono solo la difesa del suo lavoro. Sono un grido universale contro l’ingiustizia, contro chi prova a zittire chi denuncia una pulizia etnica, contro chi pensa di poter comprare il silenzio con la paura.

 

 

Rubo da internet la sua risposta: “Continuerò a fare quello che devo fare. Sì, certo, sarà impegnativo. Sto davvero mettendo in gioco tutto quello che ho. Non sono nemmeno pagata per quello che faccio.

Ma se ci riesco io, allora tutti, anche i politici, possiamo resistere a questa pressione. E insieme possiamo davvero uscire da questo genocidio con la speranza di un mondo migliore. 

È un record, sono la prima persona dell’Onu a cui è successo di essere sottoposta a sanzioni. 

Per cosa? 

Per aver denunciato un genocidio? 

Per aver documentato un sistema? 

Mi sanzionano, ma non mi hanno mai contestato i fatti. 

Il genocidio a Gaza non può essere fermato senza smantellare l’economia globale che lo sostiene. Le aziende e i loro dirigenti devono essere chiamati a rispondere. La giustizia non può essere selettiva”.

 

Una risposta perfetta, senza filtri, coraggiosa e contro i criminali potenti!

Ecco chi deve essere candidata per il Premio Nobel per la Pace 2025: Francesca Albanese, forse una voce nel deserto, quello palestinese!

 

Buone vacanze a tutti noi

 

 

 

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