Didattica a distanza, i pro e i contro di una sperimentazione forzata che avvicina le menti e i cuori

Gli edifici scolastici italiani sono chiusi, ma la scuola è più aperta di prima. I nostri studenti stanno dimostrando un grande senso civico e una notevole capacità di analisi critica riguardo alla tragedia che stiamo vivendo

Stavolta mi rivolgo a tutti voi, carissimi lettori di Vulcano, parlando in prima persona. È infatti mia intenzione raccontarvi un aspetto molto importante di questa tragica emergenza che ci accomuna. Innanzitutto, io sono un’insegnante e ho l’onore di insegnare in una delle scuole più antiche d’Italia: l’Istituto Minerario di Iglesias. Scuola meravigliosa che, in 148 anni di vita, ha contribuito alla formazione di migliaia di tecnici specializzati per il settore minerario e ora contribuisce alla formazione di altrettanti tecnici specializzati nella tutela dell’ambiente e dei servizi.

L’emergenza coronavirus ci ha imposto di chiudere la scuola in tutta Italia, perciò anche il mio istituto è chiuso, ma l’attività didattica non si è fermata. L’encomiabile idea della Ministra Azzolina è stata quella di coinvolgere il popolo degli studenti in una tipologia didattica del tutto nuova: fare scuola stando a casa. Credetemi, non è facile né per i docenti né per gli studenti. Mai prima d’ora era stata ipotizzata una simile idea di insegnamento, nessuno era pronto ad attuarla, ma ci siamo rimboccati le maniche!

Ogni docente ha la libertà di insegnamento, garantitagli dagli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana, pertanto ognuno di noi ha contattato studenti e famiglie nel modo che ha ritenuto più diretto, immediato e opportuno. Le scuole hanno fornito indicazioni e invitato i docenti all’utilizzo di alcune piattaforme informatiche, come Google Suite, Meet, Zoom ecc., ma ogni docente ha potuto agire in piena libertà. Personalmente ho scelto di comunicare con i miei studenti (che hanno un’età compresa tra i 15 e i 20 anni) tramite WhatsApp, per tutta una serie di ragioni. Prima fra tutte: i ragazzi vivono con il cellulare in mano, lo sanno utilizzare meglio di un computer e sono in grado di gestire e archiviare dati meglio della NASA. In secondo luogo, è il mezzo più veloce e immediato.

La didattica a distanza non è contemplata nel Contratto Collettivo Nazionale dei Docenti, pertanto nessun docente è obbligato ad attuarla, in quanto esula dai dettami del contratto; il 98% degli insegnati italiani la sta però attuando con successo (dati MIUR). Lo dico con orgoglio perché finalmente emerge la grande professionalità che ogni insegnante italiano dedica al suo amato lavoro. Ops… ho detto «amato». Sì, io adoro il mio lavoro e mai e poi mai avrei potuto farne un altro; e quel 98% di insegnanti che attua la didattica a distanza la pensa come me!

Per tutti noi è iniziata una nuova esperienza lavorativa, non esistono orari, né domeniche, né notti; gli studenti mi contattano continuamente. Non solo mi pongono domande sull’audiolezione che ho tenuto la mattina o il giorno prima, ma pongono quesiti preoccupati su quanto sta accadendo, sono perplessi davanti all’egoismo dell’Unione europea e le loro domande sono, più o meno, queste: «Prof, perché l’UE non ci aiuta?»; «Prof, ma tutti i tagli alla sanità che l’Europa ci ha imposto in questi anni avevano come obiettivo la nostra fine?»; «Prof, i miei genitori hanno dovuto chiudere il loro negozio, cosa sarà di noi se l’emergenza continuerà?»; «Prof, sono arrivati 15 aerei militari russi con medici, medicinali ed equipaggiamenti, ma i russi non erano i cattivi?»; «Prof, speriamo che il Governo italiano non firmi il MES, sarebbe la nostra morte!»; «Prof, anche l’Albania ci ha mandato 30 medici e infermieri per ricambiare l’aiuto che noi abbiamo dato loro negli anni ’90. Invece la Germania, ricchissima, ospita solo quattro dei nostri ammalati»; «Prof, ci aiutano anche i cinesi!»; «Prof, se mia nonna si ammala e muore, io e la mia famiglia non sapremo come vivere perché i miei genitori sono disoccupati e viviamo grazie alla pensione di nonna».

Potrei continuare a lungo. Cosa rispondo? Dico loro che stiamo vivendo un tragico momento, molto simile ad una guerra, al termine del quale nulla sarà più come prima. Li esorto a combattere stando a casa perché, domani, quando tutto sarà finito, l’Italia avrà bisogno di loro e della loro forza fisica, intellettuale, di volontà.

Con la didattica a distanza sono emersi non pochi problemi, infatti molti studenti non possiedono affatto un PC, oppure ne possiedono uno per tutta la famiglia. Inoltre non è pensabile tenere i ragazzi davanti ad un computer per cinque o sei ore al giorno. La didattica è stata rimodulata sulla base di questa metodologia tutta nuova. Personalmente, attraverso le audiolezioni, indico le linee guida per conoscere un autore o delineo il periodo storico da studiare. In seguito gli studenti approfondiscono con il libro di testo o con materiale da me predisposto o che trovano su internet (sito MIUR, siti delle diverse case editrici, ma anche YouTube e RaiPlay); successivamente parte la discussione a distanza, sempre molto attiva e stimolante.

Di fatto, la didattica a distanza presenta tantissime problematiche di tipo legale. Come ho detto prima, i docenti non sono obbligati ad attuarla; se decidono di farlo, scelgono il canale a loro più congeniale. Senza ombra di dubbio, eventuali verifiche (scritte o orali) non sono legalmente valide poiché non previste in nessun regolamento e non verificabili nella serietà e nell’onestà. Si pone, di conseguenza, un altro problema: come verranno valutati gli studenti? La Ministra Azzolina si dice contraria al 6 politico, concordo con lei. Infatti non è giusto dare solo 6 a chi studia comunque tantissimo, in autonomia, ed equiparalo a chi si limita a seguire di tanto in tanto (ma sono tanti, secondo quanto affermano molti docenti, gli studenti che non seguono affatto). Inoltre non è prudente effettuare videolezioni che restano in memoria della piattaforma utilizzata; infatti i ragazzi, essendo nativi digitali, potrebbero utilizzare i video per schernire i docenti e ridicolizzarli con montaggi divertenti e irriverenti (pare che sia capitato). Infine, alcuni colleghi mi hanno riferito dei casi curiosi. Parrebbe che, una volta istituita la classe virtuale e consegnato il codice d’accesso agli allievi, alcuni professori si siano trovati in classe genitori, nonni e cugini dei propri studenti; si sa, la clausura forzata comporta molta noia, quindi qualcuno ha pensato di “riprendere” gli studi “abusivamente”.

Nessuno dei miei studenti manca all’appello, ognuno di loro segue, con i suoi tempi, ma tutti partecipano molto più sentitamente di quando si stava in classe. Soprattutto non vedono l’ora di rientrare a scuola, è questo il dato più incredibile! Come docente ritengo la didattica a distanza una sperimentazione che siamo stati costretti ad attuare in fretta e furia, ma non può essere questa la scuola del futuro, sarebbe terribile e disumano.

Il mondo della scuola, in questi giorni, vista la proroga dello stato di emergenza, è in attesa che il Governo si pronunci riguardo alcuni punti nevralgici. Intanto è già stata decretata la validità dell’anno scolastico anche con meno di 200 giorni di lezione, ma aspettiamo di capire come dovranno essere valutati gli studenti e soprattutto attendiamo le decisioni finali sulle modalità di svolgimento degli esami di Stato (licenza media e diploma di scuola superiore).

La storia ci insegna che, per decreto, un esame può essere derogato, come avvenne nel 1915 e nel 1943, per ovvie ragioni. Certamente, se si trovasse il modo di permettere lo svolgimento degli esami, seppur con le dovute modifiche, saremmo lieti di portarli a termine; ma anche in questo caso non sarebbe semplice. Personalmente, visto quanto riportato dalle autorevoli voci del mondo scientifico, ritengo che nel mese di giugno l’emergenza non sarà terminata, le nostre scuole non saranno disinfettate e, purtroppo, le nostre strutture scolastiche non sono adeguate né attrezzate.

In attesa che il Governo si pronunci in merito, emerge anche un altro aspetto. In tanti anni di lavoro, ho avuto moltissimi studenti e, con un buon numero di essi, ho ancora frequenti contatti. Negli ultimi anni i ragazzi sono arrivati al diploma con l’idea di lasciare l’Italia perché, a sentir loro, la nostra era una nazione “matrigna” che non dava nessuna opportunità occupazionale. Li ho visti partire numerosi per l’Inghilterra (a fare il lavapiatti), per l’Australia (a fare il contadino, per 12 o 14 ore al giorno, senza stipendio), in Germania (a fare il garzone o il lavapiatti). In questi giorni, i miei ex studenti stanno rientrando, o per lo meno stanno cercando di farlo. Si sono resi conto che l’Italia è Madre e non matrigna, infatti, seppur con mille difficoltà, garantisce le cure sanitarie e riconosce i diritti civili basilari (avere un tetto sulla testa, qualcosa da mangiare). Tutti i miei ex alunni riconoscono che, con l’imposizione momentanea delle restrizioni, l’Italia ha dimostrato di avere a cuore la salute dei cittadini. Nelle altre nazioni si parla di “immunità di gregge”, si falsano i dati sui morti, non contando gli anziani, e non si garantiscono cure ai non residenti né sono presenti tutele sindacali per i lavoratori stranieri.

Infine, vi fornisco un’altra informazione. Le scuole sono chiuse su tutto il territorio italiano dal 5 marzo, ma la scuola italiana (pur tra mille polemiche e difficoltà) non si è mai fermata. Nelle altre nazioni europee, dove la scuola (con enorme ritardo) è stata chiusa, gli studenti sono a casa ed è stato demandato alle famiglie il compito di farli studiare. I nostri ragazzi non sono in vacanza, noi insegnanti non siamo in vacanza, nel resto d’Europa o si mette a repentaglio la sicurezza dei giovani, facendoli andare a scuola, o si nega loro il diritto all’istruzione.

Pertanto ad essere “matrigna” non è di certo l’Italia!

Giuliana Mallei

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