Filosofia e pandemia

di Giancarlo Pillitu

 

Quando si ragiona di pandemia e di quarantena si deve accettare l’idea di muoversi in un campo rigorosamente specialistico, ovvero affidato unicamente al sapere medico, al quale tutti gli altri ambiti della conoscenza sono subordinati? Oppure è possibile immaginare anche un rapporto tra filosofia e pandemia, tra pensiero e quarantena? Durante i circa tre mesi della cosiddetta fase 1, che ha “intrappolato” il nostro intero Paese, e, progressivamente, il mondo intero, si sono sviluppati, schematicamente, nel panorama filosofico italiano, due fondamentali atteggiamenti contrapposti: da un lato, un rifiuto critico dell’emergenza e delle sue conseguenze; dall’altro, un’accettazione critica, di accompagnamento e di resistenza, del nuovo stato delle cose.

Indubbiamente, la quarantena è stata per tutti un’occasione per riflettere, sebbene in uno stato di sofferenza, dovuta al sovraffollamento domestico H24, allo smart working o alla disoccupazione. Un’occasione, in molti casi, perduta, proprio a causa dei “mali” che l’hanno accompagnata.

Tuttavia, qualche lezione, col senno di poi, può essere ricavata anche da questa triste e inedita esperienza.

La prima lezione da trarre: il pensiero critico può essere sia contro l’esistente che a favore dell’esistente. Non è la prima volta che capita. Si può fare un esempio: dopo la morte di Hegel, i suoi discepoli si divisero in una Destra e in una Sinistra hegeliana. I filosofi della Destra erano conservatori sia in campo religioso che politico, mentre quelli della Sinistra erano distruttivi/decostruttivi in entrambi gli ambiti.

Un giovane Giorgio Agamben ritratto con Martin Heidegger

Seconda lezione: il pensiero critico, evidentemente, non si identifica necessariamente né con la conservazione né con il cambiamento/progresso. Ciò che lo contrassegna è, piuttosto, la forza degli argomenti.

Terza lezione: il pensiero critico non collocandosi pregiudizialmente e interamente da una parte o dall’altra, non è radicalmente partigiano, ma ha un suo movimento spregiudicato, senza il quale sarebbe un semplice strumento al servizio di una causa, per quanto nobile e giusta, e non, al contrario, un’esperienza autonoma e fine a se stessa, sebbene inevitabilmente carica di implicazioni a posteriori. Il pensiero critico, per essere tale, viene prima di tutto il resto, prescinde illuministicamente da ogni pregiudizio, superstizione, fanatismo o tradizione, anche la più consacrata.

Il campione del rifiuto critico è stato sicuramente il filosofo Giorgio Agamben (1942), che ha sollecitato l’opinione pubblica con due interventi molto incisivi.

Mentre, come esempio dell’accettazione-resistenza critica, può essere segnalata l’iniziativa “Prendiamola con filosofia”, http://www.prendiamolaconfilosofia.it/#/, che si è svolta nelle giornate del 21 marzo e del 4 aprile scorsi con lo scopo di “offrirci strumenti pratici per affrontare la quarantena”, pubblicizzata con l’ambizioso programma: “Le menti più autorevoli del mondo vogliono parlare con l’Italia! Una staffetta di filosofi internazionali dalle 11 alle 23 in diretta streaming, da casa loro, 12 ore non stop per riflettere sul momento che stiamo vivendo”. Tra i filosofi che hanno partecipato all’evento, in ordine di avvicendamento, possiamo ricordare: Romano Madera, Umberto Curi, Peter Singer, Vito Mancuso, Jean-Luc Nancy, Judith Butler, Noam Chomsky.

Gli articoli di Agamben che hanno animato il dibattito sono: “L’invenzione di un’epidemia”, Quodlibet, 26 febbraio 2020, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-l-invenzione-di-un-epidemia, e, soprattutto, “Una domanda”, Quodlibet, 13 aprile 2020, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda.

Nel primo articolo, il filosofo romano parte dall’assunto che l’epidemia sarebbe stata un’invenzione, dal momento che i dati del CNR parlavano di una “normale influenza”. Un’ “invenzione” dalla quale è scaturito uno “stato d’eccezione”, instaurato con un decreto-legge che, con una “formula vaga e indeterminata”, militarizza la società civile, impone “gravi limitazioni della libertà” e prepara l’estensione di tali misure estreme su tutto il territorio nazionale. Il filosofo sostiene che, dopo il terrorismo, l’epidemia diventa un pretesto per applicare lo stato di eccezione. Il terreno fertile è dato dallo “stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale”. Una sorta di panico-dipendenza che diventa strumento di governo politico delle coscienze e dei corpi, innescando un meccanismo destinato a ripetersi indefinitamente: “Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Nel secondo articolo, Agamben pone una domanda alla quale non ci si può sottrarre: “Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?”.

E, subito dopo, commenta: “la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata”. E descrive la barbarie in questione con un esempio emblematico: “i corpi delle persone morte […] bruciati senza un funerale”. Avremmo tutti rinnegato le ragioni di Antigone. Le ragioni del cuore. La legge non scritta dell’etica e della religione. Così come “Abbiamo poi accettato […] di limitare […] la nostra libertà di movimento”.

Tale barbarie si fonda su un presupposto: la separazione astratta del corpo e dello spirito, della vita biologica e della “vita affettiva e culturale”, messa in atto dalla medicina. Da tale scissione derivano pratiche mediche come la rianimazione, che riduce il corpo alla “pura vita vegetativa”.

Ma vi sono altri aspetti della barbarie. La religione che accetta il ruolo di “ancella della scienza”, nel momento in cui rinuncia a “vegliare sulla dignità dell’uomo”. Il silenzio dei giuristi sul mancato rispetto della divisione dei poteri su cui si fondano la democrazia e la Costituzione.

E infine, come considerazione ultima e sintesi dell’intera argomentazione: “Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà”.

Qual è il vero bene? La salute o la libertà? Il corpo o lo spirito? Il corpo sano o il corpo libero? Si tratta di fare delle scelte. Lo stato di eccezione può essere inteso anche come un momento di sospensione, di congelamento della situazione, quando troppi diritti in conflitto (salute, libertà di movimento, studio, lavoro, fede e libertà di culto) creano una paralisi decisionale. E allora la salute prima di tutto. Una sospensione che è al tempo stesso una scelta. Perché senza la salute tutto il resto rimane privo di fondamento. Questa è una chiave. Ma certamente può essere ribaltata. Ma a quale prezzo? Tuttavia, ciò che più conta è che la critica e il dibattito, soprattutto quello ben argomentato, non siano mancati. Ciò significa che la libertà, di pensiero e di parola, non è venuta meno con la prigionia dei corpi.

A mantenere in vita la libertà di pensiero e di parola, e anche la libertà del corpo, sebbene nello spazio circoscritto della propria abitazione, ha provveduto il secondo tipo di approccio, quello sintetizzato dal nuovo imperativo etico “Prendiamola con filosofia”. Un approccio all’insegna dell’interdisciplinarità e della continuità del lavoro del pensiero pur nella discontinuità introdotta dall’emergenza sanitaria.

Lo stato di eccezione non ha annichilito la vigilanza delle coscienze, non si è tradotto nel loro dominio. Perlomeno questa è l’impressione che scaturisce da un’esperienza straniante, che ha messo a dura prova l’equilibrio psico-fisico di tutti, ma non ha mai fatto venir meno lo spazio della ragione e del dialogo. Anche se a distanza.

Tornando alla domanda di Agamben, occorre precisare che il suo valore è dato dalla fecondità che la contraddistingue, che la rende capace di generare altre domande: che tipo di filosofo è quello che pone questo genere di domanda? Quanti tipi di filosofi ci sono? Chi è il filosofo? Il reggitore dello Stato, come ci insegna Platone, o la coscienza critica dello Stato? L’intellettuale organico, alla Hegel, o il ruminatore sempre e costitutivamente inattuale e nomade, alla Nietzsche? Entrambe le figure sono essenziali al progresso della civiltà. Sia chi spiega la necessità e la razionalità delle regole, nonostante il loro carattere repressivo, al fine di evitare lo sprofondamento nello stato di natura; sia chi segnala il pericolo di un eccesso di carica repressiva, per evitare un inutile e nocivo supplemento di disagio, come ci suggerisce Freud.

Giorgio Agamben appartiene sicuramente al secondo tipo di intellettuale. E la sua vocazione critica è sempre preziosa. Al primo tipo, appartengono i cosiddetti esperti. Nietzsche li definiva gli “operai scientifici della filosofia”: persino Kant ed Hegel rientravano in questa categoria. Necessari anch’essi, naturalmente. I primi rappresentano la forza aggregatrice e costruttiva. I secondi la forza disgregatrice e decostruttiva. Sullo sfondo è presente la grande ombra di Empedocle, che teorizzò Amore e Odio, Amicizia e Contesa, come forze cosmiche. Tuttavia, quando ci si rapporta a pensatori come Agamben, anche se si potrebbe obiettare che certi paradigmi critici siano ormai superati, obsoleti, tanto da essere divenuti addirittura dogmatici, è sempre bene non perdere l’orecchio a certi moniti.

L’esercizio della critica, anche se ancorato a certi contesti storico-ideologici, è dotato di una sua intramontabilità, che non va mai sottovalutata. Inoltre, la filosofia è dialogica per sua natura, e dialogare idealmente con un pensatore profondo come Agamben è senza dubbio un’esperienza da non perdere. Soprattutto quando si vive in quarantena.

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