Il senso di Filippo per la bici

Nel suo laboratorio privato di Assemini Filippo Tuveri, classe ’59, coltiva la sua grande passione: il restauro delle bici d’epoca

Filippo Tuveri Assemini

Imprenditore, amministratore comunale da poco più di un anno, appassionato di restauro di biciclette old style. Abbiamo incontrato Filippo nel suo “rifugio”, dove con invidiabile maestria si prende cura delle sue preziose amiche: telai sopraffatti dalla ruggine e con un destino ormai segnato a cui generosamente regala una seconda vita. Ed è un piacere ammirarlo all’opera.

Filippo hai sempre avuto questa passione o l’hai sviluppata di recente?
La passione per il restauro è recente, l’ho scoperta circa tre anni fa, anche se la bici in generale è stata sempre presente nel mio percorso di vita.
Quando ho preso in mano la prima vecchia bicicletta con freni a bacchetta ho sentito un forte richiamo, come se mi stesse chiedendo di ridargli una seconda vita. Sì, può sembrare strano ma quell’ammasso di ruggine mi ha comunque trasmesso un certo calore e chi ha questa mia passione potrà capirmi.
Ad oggi si fa sempre più fatica a trovare vecchie bici ed è molto importante tenerle in buon stato, prima di tutto perché fanno parte della nostra storia. La bicicletta è stata per tanto tempo l’unico mezzo di locomozione che raggiungeva una certa velocità. Era inoltre per molti una sorta di laboratorio mobile, a volte fungeva da officina; parlo delle bici da mestiere che venivano allestite con gli attrezzi artigianali: c’era quella del fabbro, del ciabattino, dell’arrotino, ma anche quella del barbiere a domicilio, oppure del fornaio.

Questa tuo piacere di conservare la memoria di un dato periodo storico attraverso il recupero di un oggetto dal forte connotato popolare ha il merito di essere anche un’operazione di carattere culturale. In questo modo offri una seconda possibilità a oggetti ormai finiti, che per gran parte di noi sarebbero solo dei rottami. Da ferri vecchi ad oggetti preziosi.
È una cosa che ti viene spontanea e che non può essere spiegata in due parole. Dare una nuova vita è una “grande sfida”, ci vuole passione e molta molta pazienza. Anni fa acquistai su internet una vecchia bici da fornaio di marca Torpado (anno 1957). Era completamente inchiodata, un ammasso di ruggine che per molti non valeva certo i cento euro che la pagai. Aperto il pacco io invece sgranai gli occhi ed esclamai «meravigliosa!!!». Avevo ragione, con dedizione e pazienza mi buttai a capofitto e riuscii a far riprendere il funzionamento ad ogni singolo pezzo.
È stata la prima sfida e la conferma che, con gli attrezzi in mano e la mia dote da manutentore riparatore, questa nuova avventura non sarebbe stata impossibile. Ogni bici che ho riportato in vita mi ha arricchito di esperienza e oggi so cosa fare, pianifico meglio il lavoro e il metodo porta indubbiamente migliori risultati.

Dove li vai a trovare questi pezzi d’antiquariato su due ruote?
Molti su internet o col passaparola. Una caratteristica del mio lavoro sta nel recuperare almeno l’80% dei pezzi di ciascuna bici in restauro. Il modello in lavorazione viene smontato completamente e i suoi pezzi vengono lucidati e resi pronti per essere rimontati in piena efficienza. Nel caso in cui alcuni pezzi non siano recuperabili, attraverso una ricerca certosina anche in rete, riesco a trovare ciò che mi serve. Quasi sempre si tratta di pezzi originali e datati.

La collezione di bici d'epoca di Filippo Tuveri
La collezione di bici d’epoca di Filippo Tuveri

La tua è senz’altro una vocazione, come hai imparato?
Ho iniziato lavorando a casa mia, mi sono ricavato un angolino. Nessuno mi ha insegnato niente, sono un autodidatta; su internet, si sa, trovi parecchi filmati che possono essere di grande aiuto. Per esempio, raggiare un cerchione da zero non è una cosa facile da farsi, se non sai da dove e come partire con il primo raggio. Alla fine, con pazienza e ricerche, ho capito che per fare questo lavoro serviva un attrezzo specifico e così mi sono costruito un centra ruote personale e professionale. Ho molti altri attrezzi e alcuni, appunto, me li sono auto costruiti.

Ricordi qual è stata la prima bicicletta che hai restaurato?
Sì, è stato un regalo da parte di un amico di nome Manuel, che era a conoscenza del fatto che cercassi una bici d’epoca con freni a bacchetta. Me la regalò circa tre anni fa: era una Torpado anni ’70, modello da 26. Essendo la mia prima esperienza di restauro, non nego di aver commesso alcuni sbagli. Cambiai cerchioni, sistema frenante e altro. Poi verniciai completamente e montai un portapacchi posteriore, bella da vedere ma geneticamente modificata. La bici fa parte tutt’ora della mia collezione.

Avendo tu una azienda ben avviata, non è certo l’esigenza di inventarti un lavoro a motivarti in questa attività. Cosa è allora che ti dà la spinta e la pazienza per smontare, spazzolare, lucidare.
La passione dà una spinta enorme che ti allevia tutta la fatica e lo stress quotidiano. Certo, il lavoro nella mia azienda mi dà si delle soddisfazioni ma anche tanti pensieri e preoccupazioni. A questo si aggiungano gli impegni familiari e quelli politici che mi riempiono le giornate. Però, quando riesco, mi organizzo e mi ritaglio nel pomeriggio qualche ora di tempo da dedicare al restauro delle mie amiche. Trascorro diverse ore a smontare, pulire, lucidare e in qualche caso a riparare per far recuperare ad ogni pezzo la sua originalità. In questi momenti i pensieri, lo stress mentale e fisico mi scivolano di dosso e il tempo si ferma. Ci pensa poi mia moglie a ricordarmi che è arrivata l’ora della cena.

Quanto ti ci vuole, mediamente, per rimettere a nuovo una bicicletta d’epoca?
Dipende dalle condizioni della bici e dal tipo di restauro che si decide di realizzare. Ci vogliono dalle 30 alle 40 ore considerando anche le fasi di smontaggio. Per smontaggio si intende che ogni pezzo va separato dall’altro e passato al controllo visivo. Va poi ripulito e trattato; a volte basta la lucidatura, altre volte va ingrassato o verniciato prima di essere rimontato. La fase più delicata è il rimontaggio, in quanto si rischia di compromettere il lavoro già eseguito. Bisogna avere calma e sensibilità montando i vari sistemi frenanti e i relativi movimenti, in quelle fasi la forza va contenuta e calibrata.

È complicato mantenere fattura e stile originali?
Qualora si decidesse di recuperare la bici conservando il suo stato estetico, bisogna evitare verniciature, trattando semplicemente la ruggine senza intaccare la vecchia vernice, mentre le parti cromate necessitano di tanta pazienza per riportarle ad uno stato accettabile. A fine lavoro il tutto andrà protetto da una bella verniciatura trasparente, mettendo in risalto l’età del modello. La ruggine, una volta trattata e rifinita con vernice trasparente, crea una certo fascino esaltando il carattere storico del mezzo.

Dopo alcuni anni di lavoro hai un certo numero di bicicli restaurato che fa parte di una tua collezione personale che cresce di anno in anno, forse di mese in mese. Che progetti hai in proposito?
Il sogno a cui sto lavorando è avere un ricco parco bici da esporre per il piacere dei tanti appassionati di modelli d’epoca. Oggi ho una bella scuderia, una ventina sono pronte e tante altre da restaurare, datate dal 1926 al 1970 circa. Si tratta di modelli di varie marche: più famose come Bianchi, Dei, Legnano, Atala, Bottecchia, Torpado, Regina e altre meno conosciute come Trarovi, Albatros, Kosmos. Tutte con freni a bacchetta, ad eccezione del mio cavallo di battaglia, il “velocipede” datato anni ’20 e costruito da un artigiano dell’epoca.

Un velocipede anni '20
Un velocipede anni ’20

A cosa stai lavorando attualmente?
Ho appena finito di restaurare il “velocipede”, appunto, l’antenato della nostra bicicletta, modello che si diffuse a partire dalla seconda metà del diciottesimo secolo. Si tratta della classica bici con una ruota enorme davanti ed un ruotino di dietro. È stata una bella sfida!

Un modello che vorresti rimettere a nuovo e che non riesci a trovare?
Non sto facendo ricerche particolari, magari mi piacerebbe trovare una bici del 1800. So che alla fine dell’800 vennero costruiti i primi modelli che hanno sostituito i velocipedi dai quali discende la bici moderna. E la cosa mi affascina.

È possibile contattarti per organizzare una mostra per eventi particolari o in occasione di festività?
Direi di sì, mi farebbe piacere. Chi volesse potrà contattarmi sulla mia pagina Facebook dove è possibile anche ammirare le foto dei modelli sino ad oggi restaurati.

Alberto Nioi

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