27 novembre 2013, Silvio Berlusconi espulso dal Senato

Silvio Berlusconi durante un comizio - © Tonino Uscidda / Fotogramma
© Tonino Uscidda / Fotogramma

Sono le 17.42 di mercoledì 27 novembre 2013 quando il Presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso annuncia che Silvio Berlusconi non è più senatore. A prendere il suo posto è chiamato l’alfaniano Ulisse Di Giacomo, primo dei non eletti in Molise nelle elezioni del 2013.

La reazione

Ma Berlusconi da un palco reagisce così alla decadenza: «Non disperatevi se sarò fuori dal Parlamento e se il vostro leader non sarà più senatore. Io sono qui e sto in campo!  Anche da non parlamentare si può continuare a fare le battaglie». È possibile, soprattutto ora che il 39enne Renzi ha rilanciato nella maggioranza il condannato con un (quasi) accordo sulla prossima legge elettorale.

A seguito della destituzione da senatore di Silvio Berlusconi non sono mancate le candele e i lumini, distribuiti ai manifestanti di Forza Italia nella gelida serata. Un mesto rituale, per la verità, che ha visto sfilare fin sotto il palazzo del Senato tante persone a lume di candela e con aria effettivamente funebre.

Su un cartello tenuto da un intrepido fan (forse inconsapevole) Berlusconi veniva paragonato niente poco di meno che ad Aldo Moro. «Prigioniero politico della Brigate rosse», la scritta. Altri attivisti delusi esponevano uno striscione – fatto rimuovere subito dagli agenti – con su scritto: «È un colpo di Stato».

Per tutti quello era un giorno di lutto democratico: come ha lo ha definito Berlusconi appena salito sul palco eretto accanto a palazzo Grazioli, la sua residenza romana. «Io non mollo!», ha urlato al cospetto dei suoi infreddoliti sostenitori (duemila, diecimila al sit-in? Sulle cifre la solita battaglia) radunati sotto il palco e lungo via del Plebiscito.

Tra questi – in estatica contemplazione del suo uomo – anche Francesca Pascale, avvolta nella bandiera di Forza Italia. «Andiamo avanti, farò il leader anche fuori dal Parlamento!». E ancora, recitando il solito copione: «Vedrete, festeggeremo i primi mille club di Forza Italia», ha annunciato l’ex premier chiudendo il suo intervento durato 40 minuti.

Un lungo pomeriggio

Tutto questo dopo che l’Aula del Senato aveva respinto anche l’ordine del giorno numero 9 (l’ultimo presentato dal centrodestra contro la decadenza del Cavaliere). Un risultato che ha visto (come previsto) prevalere nettamente il fronte dei no, 192, sui si, 113: gli astenuti sono stati 2.

A questo punto il “Caimano – privato dello scudo dell’immunità – potrà essere sottoposto a misure restrittive della libertà personale.

Nel frattempo la Corte di Cassazione ha fissato per il prossimo 18 marzo l’udienza per l’interdizione dai pubblici uffici (due anni) che porrà la parola fine al processo Mediaset. Invece il 10 aprile il tribunale di sorveglianza di Milano dovrà valutare se optare per la richiesta di affidamento ai servizi sociali oppure mandare l’ex premier agli arresti domiciliari.

Ma è stato un giorno storico, simbolico (che come tutti i simbolismi ha un peso), quello della cacciata da Palazzo Madama dell’anziano imbonitore meneghino? I pareri sono discordi. La sensazione è che non vi sia alcunché di storico per il semplice fatto che in questa vicenda si è applicato quanto previsto dalla Legge Severino.

Silvio Berlusconi tra la folla - © Tonino Uscidda / Fotogramma
© Tonino Uscidda / Fotogramma
Il futuro

Però a ben vedere, dal punto di vista pratico, il leader massimo di FI resta ancora in circolazione anche perché – dopo la condanna definitiva per frode fiscale – non è espatriato, fuggito o scomparso.

E poi lui, l’eroe perfetto dei Berluscones, lo ha dimostrato all’infreddolito esercito di Silvio con la presenza fisica sul proscenio di via del Plebiscito sferzato dalla tramontana. Già, i suoi irriducibili sostenitori in lutto, giunti nella Capitale da un capo all’altro dello Stivale: coloro che da un ventennio continuano a credere e a sperare nell’uomo della provvidenza. Rricordate? Erano i tempi di Tangentopoli e del successivo contratto-bufala con gli italiani, firmato nel salotto di Vespa. L’uomo solo al comando (!), che può ancora cambiare le sorti di una Nazione (ma i vent’anni, trascorsi, non sono venti mesi..) per mezzo di un nuovo miracolo economico.

L’esercito di Silvio non è rimasto deluso − ci mancherebbe − perché ancora una volta è stato ripagato con il solito, atteso, colpo di teatro di cui il Cavaliere (disarcionato) è maestro: «Io sono qui e sto in campo. Posso – ha ribadito con forza l’anziano leader carismatico − continuare a fare le battaglie (Grillo e Renzi insegnano) anche da non parlamentare!».

Non vi è dubbio: il decaduto dispone di risorse economiche e mediatiche tali da non avere certo bisogno di un seggio in Parlamento per fare politica. Costui ha abituato gli elettori di centro destra (quelli che hanno paura della politica fiscale e dello statalismo della sinistra) a tantissimi colpi di coda.

L’opposizione

Ora che ha ancora il 20% dei suffragi − secondo i sondaggi − prova a ricompattare Forza Italia in una operazione politica alla Grillo. Si porrà però su un versante diverso perché il genovese agisce più su un elettorato – deluso − di sinistra. Quella sinistra litigiosa, “accomodante”, sempre più immemore della propria storia. Una sinistra che, nel corso dell’ultimo ventennio, ha fallito nel contrasto allo strapotere populista del venditore di fumo e del suo enorme conflitto di interessi.

Preoccupa l’attuale deriva del Pd: un partito scivolato − tra lo sconcerto della base − nel magma del pensiero liberale e frazionato in diverse inutili correnti boomerang pro o contro il rottamatore Renzi (o avverso Enrico Letta e il suo ‘governo di necessità’). Per non parlare dell’ostracismo di una certa nomenclatura post comunista nei confronti del segretario fiorentino. Quel Renzi reo di avere fatto “rientrare”, nella ricerca di una nuova legge elettorale condivisa, Berlusconi nella maggioranza.

Ecco servita – questa volta dal “nemico” Matteo Renzi – l’ennesima, insperata, resurrezione del Cavaliere prima della resa dei conti sul terreno elettorale dell’Europa; forse senza il sostegno degli ‘irriconoscenti’ transfughi governativi alfaniani di Ncd. Vedremo se il redivivo ex premier cavalcherà insieme con Grillo lo scontento degli italiani nei confronti dell’Europa. Intanto è protesta alla Federazione Nazionale Cavalieri del Lavoro, con il conte Marzotto che si autosospende per il ritardo sulla mancata cacciata per indegnità del condannato di Arcore.

Ai posteri…

Insomma, prima di darlo per sconfitto o liquidarlo come figura ormai marginale bisognerà avere pazienza e aspettare la fine di maggio. Primavera che potrebbe far sprofondare il prosieguo del “sogno europeo” di Angela Merkel e delle banche centrali, oppure − ma siamo in ‘buona compagnia’ – l’Italia dei populismi distruttivi (…) che vogliono abolire l’euro e tornare alla sovranità nazionale.

Ma attenzione, l’eventuale distruzione dell’Unione Europea potrebbe ritorcersi drammaticamente anche su l’economia disastrata di un Paese debole come il nostro. Imponiamoci una profonda riflessione prima di varcare la soglia della cabina del seggio elettorale.

…a due mesi dalla decadenza il condannato prova ancora a dettare (con Renzi) i tempi dell’agenda politica italiana!

Tonino Uscidda

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