Il sogno sudcoreano di “Parasite”: in sala il vincitore dell’ultimo Festival di Cannes

di Marta Melis

Dal 7 novembre anche le sale cinematografiche cagliaritane proiettano l’ultimo capolavoro di Bong Joon-ho, “Parasite”, primo film sudcoreano vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes e già proposto dalla Corea del Sud per essere candidato agli Oscar del 2020 nella categoria “Miglior film in lingua straniera”.

Protagoniste del film sono due famiglie: la famiglia Kim, indigente, e la famiglia Park, ben più agiata. Per la famiglia Kim l’occasione di riscattare la propria vita giunge quando il figlio minore Ki-woo, spacciandosi per universitario, ottiene l’incarico di dare ripetizioni di inglese alla figlia maggiore dei coniugi Park nella loro confortevole casa; tutta la famiglia Kim, con vari stratagemmi truffaldini, cercherà di insediarsi con mansioni da dipendenti.

Come già nel suo “Snowpiercer”, anche in “Parasite” Joon-ho propone una critica sociale feroce con una freschissima ironia che, a differenza del film del 2013, non è più giocata sulla distopia bensì sulle contraddizioni della nostra realtà contemporanea. La ritrovata ambientazione nella sua Corea del Sud, non rende meno universale il mondo cinematografico del regista, che firma in questo caso non solo la sceneggiatura ma anche il soggetto del film. Inoltre la realtà odierna non perde il caratteristico punto di vista surreale di Joon-ho, permeato da contrasti estetici: il gusto per il grottesco – reso dalle espressioni dei bravissimi attori e dalle scene dai larghi rimandi horror di matrice orientale – si alterna all’opulenza essenziale e raffinata dell’ambiente narrativamente centrale del film, la casa dei Park, e a una colonna sonora ricca di tracce auliche. Grazie al montaggio sonoro e visivo, il film presenta un ritmo impeccabile e appare allo spettatore fuori dai generi canonici: suscita risate così come altissima tensione, una suspense spesso creata dall’estraneità dei personaggi al contesto in cui si trovano.

Una scena del film "Parasite"
Una scena del film

La messa in scena di una situazione fittizia è trattata con un meccanismo a scatole cinesi in cui una finzione ne contiene altre mille, in cui ogni classe è costretta a ricorrere a piccole e grandi bugie. Paradossalmente sembra che solo il filtro delle nuove tecnologie – gli schermi dei cellulari, spesso frapposti tra macchina da presa e scena – riesca talvolta a cogliere la verità e a svelare le contraddizioni della realtà. Bong Joon-ho non fa sconti a nessuno, non importa l’età o il gruppo a cui i personaggi appartengono, la farsa è la vera regola del gioco per cercare di accaparrarsi una succulenta porzione nel banchetto sociale: metafora non casuale perché il cibo appare costantemente nel film tramite dettagli visivamente impeccabili e spesso tramite rallenty, ampiamente usati ma senza mai risultare ridondanti o inefficaci poiché al contrario punteggiano abilmente la narrazione.

Tra situazioni stranianti, tempi comici inaspettati e personaggi senza scrupoli ma drammaticamente umani, il film ci mostra il sogno di quella vita «senza pieghe» (citando la matriarca della famiglia Kim, Chung-sook) che i “parassiti” cercano di vivere e ritagliarsi con astuzia, aggrappandosi alla casa dei Park come se questa fosse un’isola ricca di opportunità in un mondo carico di miseria: ma il sogno può diventare realtà? La pietra può distaccarsi dal letto del fiume a cui appartiene per ambire a un altro ecosistema? Andate a scoprirlo in sala e non perdetevi questo film che dimostra come il cinema impegnato possa giocare coi generi e sorprendere lo spettatore senza mai annoiarlo.

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