Anpal, la fine di un ente inutile


 

Con la pubblicazione in G.U. n. 38 del 15 Febbraio 2024, del Dpcm 22 Novembre 2023, dal 1 marzo 2024 è ufficialmente soppressa l’ANPAL – Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro.

Le funzioni di ANPAL sono ora attribuite al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Più nel dettaglio, le sue competenze sono state attribuite alla Direzione generale del Ministero. L’ ANPAL fu istituita nel 2015 dal Governo Renzi, con l’obiettivo di accentrare le politiche attive del lavoro e superare i sistemi delle venti Regioni. Si rivelò un progetto destinato a naufragare, tanto più che il successivo Referendum (sempre voluto dal Governo Renzi) bocciò la riforma costituzionale sancendo così la conferma delle competenze concorrenti tra Stato e Regioni in materia di Politiche Attive del Lavoro.

Nonostante ciò l’ANPAL rimase in piedi e con il Governo Conte I fu proprio l’ente a curare il piano di accompagnamento al lavoro dei percettori di Reddito di cittadinanza avvalendosi dei “navigator” – circa 3 mila giovani assunti nel 2019 e non riconfermati.

Il Governo Draghi, poi, ripristinò la Direzione Generale delle Politiche Attive presso il Ministero. Dunque, in tale direzione sono proseguite anche le scelte politiche del Governo Meloni orientate a eliminare quello che era diventato solo un contenitore vuoto.

Si consideri che i risultati ottenuti dall’Anpal non possono esser certo definiti soddisfacenti. Gli ultimi dati Istat, per quanto confortanti rispetto al passato, fanno emergere come il tasso di disoccupazione si attesti ancora al 7,2%, quella adulta – dato nazionale – e al 20,1% , quella giovanile, dato nazionale. In crescita – più 19 mila unità – gli inattivi soprattutto tra donne under 35 e al sud. Sintomo che, aldilà della vicenda Anpal, le politiche attive del lavoro vanno riviste. Come? In primo luogo dovremmo cominciare a considerare le politiche attive non come una funzione pubblica e/o più semplicemente come un insieme di misure per soggetti ai margini del mercato del lavoro e provando a semplificare una materia che si articola in troppi livelli dentro cui si intrecciano normative spesso in contraddizione.

In tale direzione una proposta concreta potrebbe certamente essere quella di rafforzare gli enti bilaterali per superare la logica novecentesca del conflitto tra sigle sindacali e associazioni datoriali. Si consideri che gli enti bilaterali possono essere utili per comprendere i mutamenti del mercato del lavoro, per rilevare i fabbisogni, individuare i mestieri, costruire percorsi di apprendistato e interpretare complessità che spesso sfuggono alle norme nazionali. Come proposto nel programma, occorre valorizzare il ruolo della scuola, dell’università e degli operatori privati autorizzati e accreditati perché sono determinanti nell’azione di incontro domanda e offerta lavoro. Tuttavia, non si deve tralasciare la necessità di semplificare la materia. Se l’Anpal rispondeva alla finalità di superare quella che era la frammentazione delle politiche attive del lavoro dove regioni e province autonome giocano un ruolo centrale – seppur con possibilità di intervento da parte dello Stato e sulla base delle indicazioni e finanziamenti UE, adesso occorre certamente confermare l’obiettivo della semplificazione, ma soprattutto questa deve essere incrementata con la razionalizzazione delle norme regionali e nazionali che da anni si “rincorrono” assecondando le impellenze del momento e non una linea organica.

È necessario un cambio di approccio e una maggiore efficacia nelle politiche attive del lavoro per garantire un’efficace integrazione nel mercato del lavoro per tutti i cittadini. L’eliminazione dell’ANPAL rappresenta solo un passo in questa direzione, ma sono necessari ulteriori interventi per rendere il sistema più efficiente e rispondente alle esigenze dei lavoratori. Il rafforzamento degli enti bilaterali e la semplificazione delle normative sono azioni fondamentali per garantire un’efficace politica attiva del lavoro. Resta da vedere come il governo Meloni affronterà questa sfida e quale sarà l’impatto sul mercato del lavoro, in particolare nelle aree più svantaggiate come il Sud.

Antonella Soddu

 

 

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