Il sogno sudcoreano di “Parasite”: la non permeabilità sociale secondo Bong Joon-ho

Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes e del Golden Globe come miglior film ‒ nonché di due premi BAFTA ‒ l’ultimo capolavoro di Bong Joon-ho, Parasite, ha sorpreso tutti i cinefili durante la cerimonia degli Oscar 2020. Tenutasi la notte del 9 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles, la 92ª edizione dell’Academy Awards ha visto la vittoria del film sudcoreano per quattro importanti categorie: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior film internazionale (ovvero il nuovo nome dato alla categoria miglior film in lingua straniera). Un esito storico per la nota cerimonia hollywoodiana poiché per la prima volta un film in lingua non inglese vince come miglior film.

Questa vittoria ha avuto felici risvolti anche per il pubblico cinematografico italiano. Non solo gli spettatori hanno potuto rivedere Parasite nelle sale del nostro paese già dal 6 febbraio, ma dal 13 dello stesso mese Academy Two ha finalmente potuto distribuire anche in Italia il secondo film, primo vero capolavoro del regista sudcoreano, Memorie di un assassino, prodotto nel 2003. Un successo, quello di Parasite, che ci si augura possa aprire ‒ ancor più che in passato ‒ le porte delle nostre sale ai grandi capolavori del cinema non occidentale, in un’ottica multiculturale che non può che arricchire il mondo della fruizione cinematografica.

Una scena del film "Parasite"
Una scena del film

Protagoniste del film sono due famiglie: la famiglia Kim, indigente, e la famiglia Park, ben più agiata. Per la famiglia Kim l’occasione di riscattare la propria vita giunge quando il figlio minore Ki-woo, spacciandosi per universitario, ottiene l’incarico di dare ripetizioni di inglese alla figlia maggiore dei coniugi Park nella loro confortevole casa; tutta la famiglia Kim, con vari stratagemmi truffaldini, cercherà di insediarsi con mansioni da dipendenti.

Come già nel suo Snowpiercer, anche in Parasite Joon-ho propone una critica sociale feroce con una freschissima ironia che, a differenza del film del 2013, non è più giocata sulla distopia bensì sulle contraddizioni della nostra realtà contemporanea. La ritrovata ambientazione nella sua Corea del Sud, non rende meno universale il mondo cinematografico del regista, che firma in questo caso non solo la sceneggiatura ma anche il soggetto del film. Inoltre la realtà odierna non perde il caratteristico punto di vista surreale di Joon-ho, permeato da contrasti estetici: il gusto per il grottesco – reso dalle espressioni dei bravissimi attori e dalle scene dai larghi rimandi horror di matrice orientale – si alterna all’opulenza essenziale e raffinata dell’ambiente narrativamente centrale del film, la casa dei Park, e a una colonna sonora ricca di tracce auliche. Grazie al montaggio sonoro e visivo, il film presenta un ritmo impeccabile e appare allo spettatore fuori dai generi canonici: suscita risate così come altissima tensione, una suspense spesso creata dall’estraneità dei personaggi al contesto in cui si trovano (e viceversa).

Nonostante lo spettatore sia portato a empatizzare soprattutto con la famiglia Kim, cioè con gli invasori della quotidianità e della casa dei Park, non mancano le scene in cui riesce a immedesimarsi anche nello stato psicologico di chi l’invasione in casa la subisce: non sarà un’irruzione violenta, ma il senso di terrore nello scoprire di avere un estraneo in casa è comunicato alla perfezione, senza perdere l’equilibrio coi tempi della comicità. Bong Joon-ho non tralascia Il tema del trauma, soprattutto infantile, che seppur con ironia è riportato nella narrazione, assicurando qualche brivido a chi si lascerà trasportare dalla storia.

La messa in scena di una situazione fittizia è trattata con un meccanismo a scatole cinesi in cui una finzione ne contiene altre mille, in cui ogni classe è costretta a ricorrere a piccole e grandi bugie. Paradossalmente sembra che solo il filtro delle nuove tecnologie – gli schermi dei cellulari, spesso frapposti tra macchina da presa e scena – riesca talvolta a cogliere la verità e a svelare le contraddizioni della realtà. Bong Joon-ho non fa sconti a nessuno, non importa l’età o il gruppo a cui i personaggi appartengono, la farsa è la vera regola del gioco per cercare di accaparrarsi una succulenta porzione nel banchetto sociale: metafora non casuale perché il cibo è presentato costantemente nel film tramite dettagli visivamente impeccabili e rallenty, ampiamente usati senza mai risultare ridondanti o inefficaci poiché, al contrario, punteggiano abilmente la narrazione.

Altro aspetto sensoriale trattato nel film è l’olfatto che come un fiume carsico ritorna nella narrazione in maniera prima superficiale e poi sempre più importante. Mentre la famiglia Kim pare allo spettatore coesa e capace di fini strategie per raggiungere l’obiettivo prefissato, la disunita famiglia Park sembra sempre in balia di forze maggiori e il loro potere decisionale pare sempre indotto da elementi fuori dal loro controllo: si lasciano manovrare senza nemmeno rendersene conto. Cosa rimane a questa famiglia emblema della classe agiata per proteggersi dall’esterno? L’odorato. L’istintivo olfatto sembra essere l’ultimo strumento, quasi primitivo, che i Park adoperano per distinguere se stessi dagli “altri”: i ceti inferiori, le persone che anche senza scrupoli lottano nella vita ma con un’astuzia geniale che i benestanti paiono aver perso totalmente.

Tra situazioni stranianti e personaggi drammaticamente umani, il film ci mostra il sogno di quella vita «senza pieghe» (per citare la matriarca della famiglia Kim, Chung-sook) che i “parassiti” cercano di vivere e ritagliarsi con astuzia, aggrappandosi alla casa dei Park come se fosse un’isola ricca di opportunità in un mondo carico di miseria: ma il sogno può diventare realtà? La pietra può distaccarsi dal letto del fiume a cui appartiene per ambire a un altro ecosistema? Sono domande che lo spettatore non potrà fare a meno di porsi, grazie alla trattazione raffinata di temi quali la lotta di classe, la permeabilità sociale e la competitività sfrenata. Temi che Bong Joon-ho sa rappresentare con armonia ed equilibrio, dimostrando che il cinema impegnato può giocare coi generi senza mai annoiare lo spettatore.

Marta Melis

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