Liliana Segre al Parlamento europeo: l’antisemitismo è più vivo che mai

Sono passati 75 anni dalla liberazione del campo di concentramento nazista di Auschwitz e il Parlamento europeo l’ha voluto ricordare nella sessione plenaria dello scorso 29 gennaio. Ad aprire la cerimonia il Presidente David Sassoli, che ha dichiarato: «Il nazismo e il razzismo non sono opinioni, ma sono crimini, e ogni volta che leggiamo sul giornale notizie di violenze e insulti, noi dobbiamo considerarli rivolti a ciascuno di noi. Sono attacchi all’Europa e ai valori che essa rappresenta».

Di seguito, è intervenuta l’ospite d’onore: Liliana Segre, Senatrice a vita italiana sopravvissuta ad Auschwitz. Prima la commozione per le tante bandiere degli Stati europei riunite all’ingresso del Parlamento, poi una riflessione importante – perché sua diretta testimonianza – sul ritorno del razzismo e dell’antisemitismo ai giorni nostri: «La gente mi chiede: Come mai si parla ancora di antisemitismo? Ma perché c’è sempre stato: l’antisemitismo e il razzismo sono insiti nell’animo dei poveri di spirito. E poi arrivano i momenti, i corsi e i ricorsi storici. Tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno adatto per farsi avanti».

Le parole della Senatrice sono severe e dirette e ben descrivono la situazione di tensione che investe l’intera società italiana ed europea. L’antisemitismo sembra aver assorbito nuova linfa vitale in questi ultimi dieci anni: prima silenziosamente, con casi sporadici seppur significativi, per poi esplodere negli ultimi due anni, sia in Italia che nel resto d’Europa. Se nel 2012 gli episodi di antisemitismo erano arrivati a 16, nel 2013 si sono triplicati per poi raggiungere 86 casi nel 2014. L’anno seguente, la situazione sembrava migliorata con 64 casi di violenza verbale e fisica contro individui di origine ebraica. Ma era bastato soltanto un anno per capovolgere nuovamente il trend: nel 2016 sono stati 130 gli episodi registrati. Nel 2018 ancora un aumento con 181 casi documentati, per arrivare a 251 episodi soltanto nel 2019 (Osservatorio antisemitismo del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea).

Gli attacchi hanno varia natura e forma: si parte, nel triennio 2012-2014, con un maggior utilizzo di scritte e graffiti (64), diffamazioni e insulti (43), rispetto agli attacchi virtuali sul web (29). È nel 2015, quando il web prende il sopravvento della comunicazione tra pari, che le aggressioni antisemite online aumentano, raggiungendo il 35% dei casi (166) nel triennio 2015-2017 e il 67% (294) nel biennio 2018-2019. Ma ciò non significa che quello che succede sul web, resti sul web. È vero il contrario: all’aumentare delle espressioni verbali di odio online, crescono anche gli episodi di vandalismo e di minacce alle persone, con un raddoppiamento dei casi dal triennio 2012-2014 (6) al biennio 2018-2019 (15) (Elaborazione Datajournalism.it su dati dell’Osservatorio antisemitismo).

È del 24 gennaio 2020 la notizia della scritta “Juden hier” (“Qui ci sono ebrei”, ndr.) comparsa nella notte sulla porta della casa di Lidia Rolfi, partigiana italiana deportata nel 1944 nel campo di concentramento di Ravensbruck. L’abitazione, dove oggi vive il figlio Aldo, si trova a Mondovì (Cuneo) ed è stata “marchiata” proprio come accadeva alle case abitate da famiglie ebraiche durante gli anni del nazismo. Un segno evidente che l’antisemitismo è più vivo che mai e che riguarda non soltanto il nostro Paese, ma l’Europa intera.

Per questo motivo, si è provveduto ad aggiornare la normativa italiana nella lotta all’odio, che oggi nasce sul web nella maggior parte dei casi e finisce col trasformarsi in aggressione o minaccia fisica. È del 1957 la Legge n.654 con cui l’Italia ha ratificato la Convezione di New York sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale. In seguito, la Legge n.115/2016 ha incrementato la pena di reclusione da due a sei anni nei casi in cui la propaganda, l’istigazione e l’incitamento all’odio determino un pericolo concreto di diffusione. Precisamente, ci si riferisce agli attacchi che si rifanno «in tutto o in parte alla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra come definiti dallo Statuto della Corte penale internazionale».

Contestualmente, il 31 maggio 2016 la Commissione Europea ha varato un Codice di condotta per contrastare i discorsi d’odio online, insieme ai colossi del web: Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft. Si tratta di un “patto etico” per cui le aziende informatiche si impegnano a predisporre procedure chiare ed efficaci di segnalazione di contenuti incitanti all’odio da parte dei propri utenti così da poterli tempestivamente rimuovere entro 24 ore dalla segnalazione. Il meccanismo si è rivelato efficace, tant’è che la percentuale di rimozione a livello europeo è passata dal 28% nel 2016 al 70% nel 2018 (Agenda Digitale, 2018).

Ma basta questo ad arginare l’ondata antisemita sempre crescente? Di certo non giova l’atteggiamento di alcuni esponenti politici che hanno fatto dell’incitamento all’odio razziale la loro bandiera. Secondo quanto riporta Amnesty International nel rapporto 2017-2018 sulla situazione dei diritti umani a livello internazionale, il 95% delle dichiarazioni di politici italiani fatte sui social durante la campagna elettorale 2018 e che «veicolano stereotipi, sono discriminatorie, razziste o incitano all’odio e alla violenza» sono da attribuire ai tre partiti della coalizione italiana di centrodestra. In particolare, è emerso che la quasi totalità delle oltre 500 dichiarazioni discriminatorie di 117 candidati (l’8% su un totale di 1425 candidati monitorati) sono da attribuire a Lega (50%), Fratelli d’Italia (27%) e Forza Italia (18%).

Basti pensare allo slogan “Prima gli italiani” firmato dal Segretario della Lega, Matteo Salvini, accompagnati a frasi denigratorie nei confronti di migranti e minoranze etniche quali rom e sinti. Dichiarazioni che hanno spinto un gruppo di cittadini trevisani a denunciare il leader leghista per istigazione all’odio razziale (art. 604 bis, I comma, già Legge Mancino) con l’aggravante di averlo fatto «violando i doveri inerenti alla pubblica funzione di Ministro della Repubblica [allóra era Ministro degli Interni, ndr.]». Le frasi incriminate sono: «Gli immigrati che campeggiano qui a pranzo e cena sono evidentemente troppi»; «Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare»; «Gli immigrati hanno mangiato abbondantemente alle spalle degli altri per troppo tempo». A questi, nella denuncia seguono una serie di commenti sui siti internet e su Facebook.

Ma non è il solo. Anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, è finita nel mirino di Amnesty International per le dichiarazioni offensive nei confronti di persone omosessuali e transessuali culminate con l’intervento sul palco della manifestazione avvenuta in Piazza San Giovanni a Roma, durante la quale ha affermato: «Io sono Giorgia, sono una madre, sono italiana, sono cristiana, non me lo toglierete!». Si aggiunge, poi, il senatore Cinque Stelle, Elio Lannutti, che il 20 gennaio 2019 ha scritto su Twitter: «Il Gruppo dei Savi di Sion e Mayer Amcschel Rothschild, l’abile fondatore della famosa dinastia che ancora oggi controlla il Sistema Bancario Internazionale, portò alla creazione di un manifesto: I Protocolli dei Savi di Sion». Una dichiarazione che riporta le tesi antisemite – poi dimostratesi false – dei primi decenni del Novecento, da cui anche il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio (allóra “capo politico” del Movimento, ndr), prese le distanze.

Il discorso della Senatrice Liliana Segre al Parlamento europeo, allora, si riempie di significato e segna una linea netta di distinzione tra chi si oppone ostinatamente al fenomeno dilagante del ritorno dell’antisemitismo in Italia e in Europa e chi, invece, “forte” delle proprie posizioni di potere politico, chiude un occhio di fronte a gravi episodi di violenza e aggressione verbale e fisica. Sono migliaia i Comuni italiani che hanno scelto di attribuire la cittadinanza onoraria alla Senatrice Liliana Segre: da Milano, città dove vive, a Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. Anche Cagliari, capoluogo sardo, le ha assegnato lo stesso riconoscimento, così come i Comuni di Decimomannu e Assemini. Un gesto che oggi, al netto degli episodi sempre più frequenti di odio e intolleranza, si rivela necessario in un Paese che, in soli due anni, ha riscoperto sentimenti antisemiti che sembravano ormai sopiti.

Francesca Matta

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