Si è spento a 101 anni, Antonio Manca, il nonnino di Decimomannu
a cura di Sandro Bandu
Si è spento alla veneranda età di 101 anni, Antonio Manca noto Nino, il nonnino di Decimomannu, l’8 gennaio prossimo avrebbe compiuto 102 anni.
Nino è venuto a mancare intorno alle ore 13, aveva qualche linetta di febbre, ma niente lasciava presagire il triste evento.
Classe 1925, Antonino ha dovuto vivere fin da subito con i colpi bassi che la vita talvolta ci riserva.
Riproponiamo alcuni capoversi di un nostro articolo pubblicato lo scorso anno in occasione del compimento dei suoi 100 anni!
Il padre di Antonio, Giovanni Battista Manca, morì quando Antonio era bambino, sei/sette anni circa.
Gli raccontarono che suo padre era dentro quella cassa perché doveva partire per un lungo viaggio: “ma no esti ancora torrau”, lamentava ogni volta alla fine di questo suo racconto.
La madre, Rita Contu, rimasta vedova, non riusciva a coprire le necessità della numerosa famiglia, per questo aveva bisogno dell’aiuto dei figli, nonostante fossero ancora piccoli.
Così Antonio trascorse la sua infanzia ed adolescenza impegnandosi nei lavori più disparati che comunque gli torneranno utili nel corso della sua esistenza.
A sette anni venne mandato a fare s’acquadoreddu presso un’azienda agricola nelle campagne di Elmas: con la zappa doveva dirigere l’acqua e nella sua mente di bambino pensava: “ma castia tui custa marra cummenti poiri ammenti a tziu Franciscu e a mei nou”.
Terzultimo di sette figli, iniziò a frequentare la scuola con grande interesse, ma un giorno venne accusato ingiustamente da un suo compagno di aver rotto un vetro della finestra della classe.
La maestra lo punì e umiliò ingiustamente, lo picchiò duramente sulle mani con la bacchetta: per il dolore e l’ingiustizia subita, saltò dal banco e dalla finestra che era aperta, scappò in strada e non volle più tornare a scuola.
In età adulta, grazie alla sua caparbietà, riuscì a ottenere la licenza elementare frequentando le scuole serali.
Più avanti fece anche il guardiano di buoi, non aveva orologio e non sapeva orientarsi e leggere l’ora dai segni naturali.
Aveva il compito di portare al pascolo i buoi alle prime luci dell’alba.
Dormiva in un riparo in campagna e in una notte di luna piena scambiò la luna per l’alba e pertanto per errore fece pascolare i buoi nel cuore della notte.
Lavorò anche come garzone di un elettricista: si occupava di rifare l’avvolgimento dei motori elettrici.
Era molto curioso e perspicace e tutto ciò che osservava riusciva a rifarlo facilmente.

L’avvolgimento del motore del suo pozzo è stato sempre riparato da lui per tanti decenni ed ha smesso di funzionare quando, quasi novantenne, le figlie hanno messo un lucchetto al coperchio del pozzo per non permettergli più di lavorarci, naturalmente non la prese molto bene.
Nel 1939 quando ebbe inizio la costruzione dell’aeroporto di Decimomannu, all’epoca Antonio aveva 14 anni, arrivò in paese un signore continentale che doveva occuparsi della compattazione del bitume per la costruzione della pista.

Il rullo compressore a vapore doveva essere portato a una certa temperatura per funzionare e Antonio fu scelto per questo lavoro che consisteva nell’andare ogni mattina, alle ore 5, per accendere il fuoco che alimentava la caldaia e mettere in pressione il rullo per le ore 8 circa, orario di inizio del cantiere.
Per questo il capo cantiere, che lo stimava, gli regalò un orologio per evitare, come successe più volte, di andare in piena notte per la paura di svegliarsi tardi e non poter portare la caldaia alla temperatura indicata.
Con molta tristezza dovette abbandonare il lavoro perché il patrigno non gli permise più di fare quel lavoro.
Fu chiamato alla visita di leva durante la seconda Guerra Mondiale, da Cagliari in quel periodo avevano sfollato tanti abitanti e spostato gli uffici militari, per questo motivo dovette recarsi a Ghilarza perché lì venne trasferita la sede del Distretto Militare, fortunatamente venne riformato perché basso di statura, più basso anche del Re d’Italia.
Nella primavera del 1946, a guerra appena terminata, era venuto a conoscenza della possibilità di poter lavorare nella miniera di carbone di Cortoghiana.
Sapendo che un suo paesano lavorava presso quella miniera, lo contattò per chiedergli se potesse far qualcosa per essere assunto.
Il compaesano si mostrò molto felice di poterlo aiutare, ma in cambio gli chiese di portargli una coppia di conigli che gli vennero regolarmente consegnati il giorno stesso.
Gli disse di farsi trovare qualche giorno dopo al cambio turno alla miniera di Cortoghiana perchè lui smontava alle due del pomeriggio.
Come concordato, giorni dopo raggiunse Cortoghiana da Iglesias, all’ora stabilita si trovò all’imbocco del pozzo dove uscivano i minatori smontanti.
Tra questi incontrò un altro suo compaesano, un uomo conosciuto come onesto che gli chiese perchè si trovasse lì; Antonio gli spiegò che cercava lavoro e che un altro compaesano si era attivato per aiutarlo a farlo assumere.
La risposta fu lapidaria e sincera: “No pongiasa a menti ai cussu, oi esti s’uttimu turno chi fairi: d’anti donau sa littera de licenziamentu custu mengianu. Peccau cussus conillusi donausu a issu”.
Nel frattempo arrivò il suo pseudo benefattore: “Picioccheddu, tottu a postu, crasi o pustisi ti tzerrianta po traballai. Tenirì prontu”.
Gli altri minatori, usciti con lui e capito l’inganno, ridevano scuotendo la testa.
Antonio ci rimase così male che non usò i soldi che aveva per il viaggio di ritorno e decise di tornare a piedi da Cortoghiana a Decimomannu: ci impiegò 12 ore circa e dalla fatica gli venne la febbre e rimase una settimana a letto.
Dal 1946 al 1950, a cura dell’ERLAAS, in Sardegna fu attivata la campagna per l’eradicazione della malaria, dove venne impegnato personale locale non specializzato, Antonio fu tra questi e operò in questa campagna nella zona Sulcis.
Nel 1951 venne inaugurata in Sardegna la riforma agraria con la creazione dell’ETFAS: Antonio fece il corso di trattorista e fu impiegato nel dissodamento dei terreni incolti, lavorando su tre turni avvicendati, nella zona di Crabonaxa (Villasimius) e del Sulcis.
Continuò a lavorare prevalentemente in agricoltura, anche se lui era molto abile in tanti mestieri manuali per averli eseguiti, come detto in precedenza, fin da ragazzo: era un ottimo elettricista, idraulico, fabbro, ciabattino, barbiere, sarto, orologiaio, antennista, saldatore, scavatore di pozzi, meccanico e muratore: riusciva anche a costruire piccoli giocattoli di legno; quando arrivò il tempo della pensione si dilettava a creare piccole sculture in trachite.
Negli anni ’50 acquistò un terreno con i risparmi che sua cognata Luigina gli custodiva, perché da scapolo era ospitato a casa del fratello Salvatore.
Il due febbraio 1957 sposò Benigna Fadda ed andarono ad abitare in una casa piccola che aveva solo due camere.
Ma già dalla metà degli anni ’50 aveva iniziato a costruire la sua casa con tipologia di casa campidane che terminò grazie al prezioso aiuto della moglie Benigna e del fratello Salvatore.
La costruzione della casa richiese diversi anni perché prima bisognava racimolare un gruzzolo per poter aggiungere una stanza alla volta che con orgoglio chiamava “Sa domixedda”.
I lavori venivano eseguiti dalla sera fino a notte tarda, non esistevano né ferie né festivi, e quando rientrava dal lavoro la moglie gli faceva trovare tutto pronto “po ghettai s’impastu”.
Negli anni ’60 finalmente ebbe un lavoro stabile all’Hotel Mediterraneo di Cagliari: Antonio venne assunto come giardiniere e qui vi lavorò fino alla pensione arrivata nel 1986.
Nei periodi estivi per poter arrotondare, quando smontava da lavoro, si occupava anche della cura di diversi giardini condominiali a Cagliari e il suo grande orgoglio era quello di sistemare anche il giardino del condominio del grande Gigi Riva: a fine servizio rientrava a Decimo in sella alla sua vespa.
Questo secondo lavoro gli permise di mettere da parte un po’ di quattrini che furono utilizzati per l’acquisto di un terreno a fianco della sua casa campidanese, dove costruì due stanze per i suoi suoceri, ormai anziani, che da sempre vivevano in casa d’affitto.
All’età di 61 anni andò in pensione, ed era finalmente arrivato il tempo di frequentare l’autoscuola e ottenere la tanto agognata patente, un altro sogno si stava compiendo: l’acquisto de “sa macchinedda”.
Ma la pensione non voleva dire necessariamente fine del lavoro, un uomo da sempre dedito al lavoro non poteva fermarsi: infatti fino a una decina di anni fa, alla venereranda età di novant’anni occupava il suo tempo curando il suo orticello.
Solo in quest’ultimo decennio Antonio ha conosciuto il meritato riposo.
Questa è la bella storia di un uomo mite, ingegnoso e laborioso che nonostante le tante traversie riservatagli dalla sorte ha vissuto oltre i 100 anni tra gli affetti dei suoi famigliari.
La redazione di Vulcano porge le più sentite condoglianze.
Venerdì 14 agosto p.v, alle ore 11, sarà celebrato il funerale.





