La disoccupazione: quali soluzioni?

Qualche tempo fa, su Vulcano notizie, sotto il titolo L’azienda e il disoccupato, ho scritto alcune riflessioni sul tema della disoccupazione. In particolare, ho fatto un’osservazione tanto semplice quanto banale e cioè che tutte le persone che lavorano sono occupate come dipendenti di un’azienda o ente pubblico oppure di un’azienda o ente privato (altrimenti, ma in misura minore, possono essere lavoratori autonomi – professionisti o artigiani). Ho inoltre sottolineato che considero la disoccupazione come una delle più grandi disgrazie che possano capitare a ciascun individuo: una disgrazia che non colpisce solo la persona interessata ma anche la sua famiglia e – quando è largamente presente in una certa area – genera una crisi economica e una povertà diffusa in tutta la zona.

Ho anche richiamato l’attenzione sul fatto che la disoccupazione, così elevata nel nostro territorio, è quasi inesistente nelle regioni del nord Italia (ad esempio in Lombardia e in Emilia-Romagna) e ho giustificato questa differenza col fatto che in quelle regioni sono presenti un’infinità di piccole, medie e grandi aziende che occupano un elevato numero di individui, per cui una persona può indifferentemente trovare un’occupazione presso un’azienda o ente pubblico oppure presso un’azienda o ente privato. Dalle nostre parti non esistono molte alternative: se non riesci a sistemarti presso un ente pubblico rischi di rimanere disoccupato, perché non esistono molte altre possibilità di impiego a causa della quasi totale assenza di iniziative private.

A conferma di questa breve analisi, cito l’esempio del Comune di Tonara che pure è ubicato in Sardegna e, nonostante questo, ha un numero di disoccupati ridottissimo, vicino allo zero, perché nel suo territorio sono presenti e attive più di cento piccole ma floride aziende (torronai, produttori di campanacci, commercianti ambulanti e altre varie aziende artigiane). Se solo immaginiamo che ogni azienda occupi mediamente due dipendenti possiamo registrare oltre 200 occupati in più o, se si preferisce, 200 disoccupati in meno, rispetto ad un Comune delle stesse dimensioni ma privo di imprese private.

Se qualcuno non mi fornisce un’idea migliore, arrivo a concludere che per aumentare il numero degli occupati o, se si preferisce, diminuire quello dei disoccupati, basta semplicemente far nascere numerose aziende private! Purché – sottolineo – si tratti di aziende efficienti, floride, robuste, durature, capaci di produrre beni o servizi utili, che qualcuno è disposto ad acquistare. In una parola, aziende capaci di autofinanziarsi e di legittimare quotidianamente la loro esistenza.

Se la mia conclusione fosse vera, avremmo risolto il problema della disoccupazione: cioè il problema dei problemi. E con essa avremmo eliminato anche le ricorrenti crisi economiche. La società in cui viviamo potrebbe disporre di maggiori ricchezze da investire nella scuola, negli asili, nella sanità e nei trasporti. Staremmo tutti meglio e avremmo sconfitto la povertà. Evviva! Uno dei problemi più complessi fra quelli che affliggono la nostra società avrebbe trovato la sua definitiva soluzione. Mi aspetto applausi e ovazioni, a meno che qualcuno non pensi di farmi ricoverare in una clinica psichiatrica. Osservo però che non sono il primo matto che annuncia di aver sconfitto la povertà.

Non molto tempo fa, infatti, un autorevole ministro della nostra Repubblica ha enfaticamente dichiarato di aver sconfitto la povertà, ricorrendo ad una soluzione molto più facile di quella prospettata da me. Ha infatti pensato di assegnare una somma mensile (detta reddito di cittadinanza) a tutti i disoccupati, senza preoccuparsi troppo di spiegare da quale cassa avrebbe prelevato mensilmente le somme necessarie e senza spiegare da quali tasche avrebbe prelevato le somme necessarie a rifornire mensilmente la cassa. Non voglio dedicare troppo tempo a spiegare perché questa soluzione non potrà funzionare in eterno: non è lo scopo che mi prefiggo. Il tempo è galantuomo e sarà il tempo a emettere il giudizio finale.

Mi preme invece sottolineare che la soluzione che ho prospettato io – in cui credo fermamente – può invece funzionare in eterno perché in realtà non si tratta di una soluzione facile, ma di un progetto e di un programma di lavoro intenso e difficile, che esige il coinvolgimento di tutte le istituzioni, la collaborazione dei cittadini e la mobilitazione delle migliori intelligenze di cui dispone il nostro paese. Sarà come scalare il Monte Bianco, per poter respirare l’aria pura e frizzante della vetta. Ma il problema è come arrivare in cima e come superare le difficoltà e le fatiche della scalata.

Poiché intendo tornare sull’argomento e approfondirlo, ripeto ancora una volta che la condizione essenziale per aumentare il numero degli occupati o, se si preferisce, diminuire quello dei disoccupati, consiste nel far nascere numerose aziende private. Purché si tratti di aziende efficienti, floride, robuste, durature, capaci di produrre beni o servizi utili, che qualcuno è disposto ad acquistare. In una parola, aziende capaci di autofinanziarsi e di legittimare quotidianamente la loro esistenza.

È una cosa facilissima da dire ma difficilissima da fare, sulla quale mi sforzerò di dare alcune indicazioni relative ai percorsi da seguire. Ma ribadisco che stiamo parlando di un’impresa che può essere affrontata solo con uno sforzo collettivo, che coinvolga molte risorse e molte intelligenze. E, per cominciare, con la collaborazione di tutti i lettori di Vulcano: chiunque ritenga di avere qualche idea in proposito e di poter dare un contributo si faccia avanti. Ogni suggerimento può essere utile e l’argomento di cui stiamo parlando è troppo importante per essere lasciato in mano a poche persone.

Cominciamo col fare la lista dei protagonisti, cioè di tutti coloro che hanno il dovere di svolgere un ruolo trainante nel sostenere la “scalata alla vetta” da parte dei cittadini. In primo luogo le istituzioni pubbliche, che dovrebbero vedere nella lotta alla disoccupazione l’impegno prevalente della loro esistenza. Si riempiono la bocca con le parole «benessere, progresso, giustizia, uguaglianza, lotta alla povertà, etc», tutte cose che sono fortemente comprese nella lotta contro la disoccupazione. Mi riferisco all’Europa, allo Stato, alla Regione e al Comune, insieme a tutti i loro organi strumentali. Penso inoltre ad altri ingredienti essenziali quali la burocrazia, la selva di leggi e norme, i servizi pubblici, le infrastrutture presenti nel territorio – in particolare i trasporti e le comunicazioni – la scuola, l’istruzione, la formazione professionale, e così via (ognuno di noi può completare la lista a suo piacimento). Se tutti i protagonisti pubblici facessero il loro dovere e gli altri ingredienti funzionassero alla perfezione, gran parte dei problemi sarebbero risolti. Come ho scritto nel precedente articolo, la disoccupazione non nasce dal nulla ma è il frutto di molti fattori.

Infine, bisogna creare l’azienda, intorno alla figura dell’imprenditore. Come si vede, ci sono molte cose da fare e da chiarire: una alla volta.

Franco Dalmonte

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