Origini e conflitti della Democrazia Cristiana italiana. Romolo Murri: la Democrazia Cristiana come autonomia politica

seconda parte

 

A cura di Lepre Marrani

 

Murri rappresentò la componente più radicale e politicamente innovatrice del primo movimento democratico cristiano. Sacerdote, intellettuale e organizzatore, egli riteneva che il cattolicesimo dovesse misurarsi con la società moderna senza rimanere prigioniero della subordinazione politica dei fedeli alla gerarchia.

La sua battaglia investì progressivamente l’Opera dei Congressi. I giovani democratici cristiani chiedevano un rinnovamento dei metodi e soprattutto un più chiaro impegno politico-sociale. Lo scontro con la componente conservatrice divenne sempre più duro. Murri arrivò a teorizzare l’autonomia dei cattolici in campo politico, distinguendo l’appartenenza religiosa dalle scelte politiche concrete.

Il punto era rivoluzionario: se la fede poteva orientare la coscienza del cattolico, non ne derivava automaticamente che la gerarchia dovesse determinare la sua scelta politica. In questo senso Murri contribuì a introdurre nel cattolicesimo italiano il principio della distinzione tra autorità religiosa e autonomia politica del laicato.

La sua posizione entrò però in crescente collisione con Roma. Nel 1904 Pio X sciolse l’Opera dei Congressi, ponendo fine all’organizzazione che aveva costituito il principale contenitore del cattolicesimo militante. Nel 1905 nacque la Lega Democratica Nazionale, nella quale confluirono Murri e altri democratici cristiani. L’organizzazione rivendicava una presenza autonoma dei cattolici nella politica e nella società.

La reazione della gerarchia fu netta. Nel 1906, con l’enciclica Pieni l’animo, Pio X denunciò lo «spirito d’insubordinazione e d’indipendenza» presente in una parte del giovane clero e proibì espressamente ai sacerdoti di aderire alla Lega Democratica Nazionale.

Murri fu sospeso a divinis nel 1907 e scomunicato nel 1909, proprio mentre veniva eletto deputato al Parlamento.

La sua vicenda rappresenta uno dei casi più significativi del conflitto tra il cattolicesimo sociale nascente e la gerarchia ecclesiastica: non si trattava semplicemente di una controversia personale o disciplinare, ma dello scontro fra due diverse concezioni della presenza cattolica nella società. Da un lato una concezione gerarchica, nella quale l’azione dei cattolici doveva rimanere sottoposta alla direzione ecclesiastica; dall’altro una concezione che tendeva verso l’autonomia politica dei credenti.

 

Romolo Murri

 

Il clericomoderatismo e la politica dell’età giolittiana

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La crisi del murrismo si intrecciò con la progressiva affermazione del clericomoderatismo. Con questa espressione si può indicare la strategia attraverso la quale il movimento cattolico, pur senza costituire un autonomo partito cattolico, sviluppò rapporti politici con i settori moderati e liberali dello Stato italiano.

Il clericomoderatismo costituiva, sotto questo profilo, una soluzione pragmatica alla questione della partecipazione politica: anziché creare un partito cattolico autonomo, si cercava di utilizzare il voto cattolico per sostenere candidati compatibili con gli interessi della Chiesa e con una politica moderata.

Durante l’età giolittiana questa strategia raggiunse il suo punto culminante. Il progressivo attenuarsi del non expedit favorì una partecipazione elettorale sempre più ampia dei cattolici e culminò nel Patto Gentiloni del 1913. Treccani identifica proprio nel Patto Gentiloni il momento culminante della politica clerico-moderata del periodo giolittiano.

Il problema, per i democratici cristiani, era che il clericomoderatismo rischiava di trasformare i cattolici in una massa elettorale funzionale alla conservazione dell’ordine politico liberale, senza attribuire loro una vera autonomia programmatica. Da qui la critica di Sturzo, che avrebbe progressivamente cercato una terza via tra l’intransigentismo ecclesiastico e la subordinazione dei cattolici ai liberali moderati.

Sturzo: dalla democrazia cristiana all’autonomia politica

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Luigi Sturzo appartenne alla stessa generazione che aveva conosciuto e partecipato all’esperienza democratica cristiana di Murri, ma elaborò una strategia profondamente diversa.

Nel discorso di Caltagirone del 1905 Sturzo delineò l’idea di un partito di ispirazione cristiana capace di accettare i risultati fondamentali delle rivoluzioni nazionale e liberale, riconoscendo lo Stato italiano e distinguendo il terreno politico da quello propriamente religioso. La sua proposta mirava a preparare i cattolici alla partecipazione politica attraverso l’esperienza amministrativa, sociale e associativa.

La differenza rispetto a Murri fu soprattutto metodologica e istituzionale. Murri aveva posto in maniera radicale il problema dell’autonomia del cattolico e aveva cercato di costruire una democrazia cristiana politicamente autonoma, entrando così direttamente in collisione con la gerarchia. Sturzo comprese invece che l’autonomia politica dei cattolici avrebbe dovuto essere costruita senza trasformarsi in una rottura frontale con la Chiesa.

Non si trattava, dunque, di eliminare il riferimento cristiano dalla politica, ma di impedire che la politica diventasse un’estensione della gerarchia ecclesiastica.

Questa distinzione sarebbe risultata decisiva nel 1919.

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