Salute. I bias cognitivi: come la mente può ingannarci
A cura del dottor Martino Deidda 
Ogni giorno prendiamo, più o meno consapevolmente, centinaia di decisioni e, probabilmente, pensiamo di farlo con un ragionamento razionale e oggettivo, ma la realtà è più complessa.
Dal punto di vista evolutivo, il cervello umano non si è sviluppato tanto per cercare sempre la verità assoluta quanto per garantire la sopravvivenza, e questo richiede rapidità di risposta. Per milioni di anni, prendere decisioni rapide è stato più utile che analizzare ogni situazione in modo perfettamente razionale.
Se un nostro antenato avesse sentito un rumore improvviso nella savana, sarebbe stato più vantaggioso reagire immediatamente, pensando a un eventuale pericolo – e quindi evitandolo – piuttosto che fermarsi a riflettere. Lo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, ha descritto due modalità di pensiero: un sistema rapido, automatico ed emotivo, e un sistema lento, analitico e riflessivo. Se, in caso di scelte che riguardano la sopravvivenza immediata, il primo sistema è più efficace, non si può dire altrettanto quando si tratta di valutare la veridicità di una notizia o la correttezza di una nozione, soprattutto se su questa informazione ci formeremo un’opinione e prenderemo decisioni conseguenti, ad esempio in campo politico, economico, o medico. Quel sistema, selezionato per prendere decisioni rapide elaborando grandissime quantità di informazioni, crea una semplificazione della realtà che può esporre a errori sistematici di giudizio, detti bias cognitivi.
Non si tratta di difetti individuali o di mancanza di intelligenza: i bias appartengono alla natura umana e coinvolgono tutti, indipendentemente dal livello culturale o professionale.
Uno dei bias più conosciuti è quello di conferma, ovvero la tendenza a cercare, interpretare e ricordare le informazioni che confermano ciò che già pensiamo, ignorando o svalutando quelle che lo contraddicono.
Questo fenomeno è particolarmente evidente e pericoloso nel mondo digitale e sui social network: una persona convinta di una certa idea tenderà a seguire fonti che rafforzano le sue convinzioni, finendo per chiudersi in una “bolla” artificiale, chiamata in termini tecnici “camera dell’eco”, in cui ascolterà soltanto opinioni simili alle proprie, perdendo di vista tutte le informazioni contrastanti.
Esiste poi il bias di ancoraggio: quando riceviamo una prima informazione, tendiamo a usarla come punto di riferimento, anche se questa è irrilevante o imprecisa.
Negli effetti simile al precedente è il bias della disponibilità: la mente umana tende a considerare più probabili gli eventi che ricorda più facilmente, confondendo la vividezza e la facilità di memorizzazione con la frequenza reale. Poiché la nostra memoria ricorda meglio gli eventi associati a un’elevata attivazione emotiva, questi ultimi rimangono più impressi e influenzano la nostra percezione del rischio.
Infine, ma non certo per importanza, consideriamo l’effetto Dunning-Kruger: le persone con minori competenze in un determinato ambito tendono a sopravvalutare le proprie conoscenze, mentre gli esperti risultano più spesso consapevoli dei propri limiti.
Questo fenomeno aiuta a comprendere perché, soprattutto online, individui con preparazione limitata possano esprimere giudizi estremamente sicuri su temi molto complessi, dalla medicina alla climatologia, mentre, al contrario, chi possiede competenze reali tende spesso a usare maggiore prudenza e a riconoscere l’incertezza.
Non è un caso che i bias cognitivi abbiano assunto un ruolo centrale nell’epoca digitale: Internet offre accesso immediato a enormi quantità di informazioni, ma il cervello umano continua a utilizzare meccanismi antichi per selezionarle e interpretarle. Le fake news e la disinformazione sfruttano spesso proprio questi automatismi mentali: contenuti emotivi, semplici, polarizzanti e ripetuti tendono ad avere un impatto maggiore rispetto a spiegazioni complesse; allo stesso modo, quando una notizia conferma paure o convinzioni personali, è più probabile che venga accettata e condivisa senza verifiche approfondite.
D’altra parte, se è vero che i bias cognitivi derivano dal funzionamento normale del cervello umano, arebbe bene imparare a riconoscerli e a limitarne gli effetti negativi che abbiamo visto.
Il primo passo è sviluppare consapevolezza critica: sapere che la nostra mente può ingannarci rende più facile non fidarsi delle prime impressioni, cercare punti di vista alternativi e discutere con chi ha opinioni differenti, il che aiuta a ridurre il rischio di chiudersi in convinzioni rigide e, talvolta, fallaci. Altrettanto importante è essere consapevoli dei limiti della propria cultura specialistica ed evitare l’errore di credere che qualche lettura sia sufficiente per comprendere pienamente un argomento in tutte le sue sfaccettature.
In ambito scientifico e medico, il metodo stesso della ricerca nasce per contrastare i limiti cognitivi individuali: revisione tra pari, confronto dei dati, riproducibilità degli studi e trasparenza servono proprio a ridurre gli errori di giudizio.
Altro elemento fondamentale è il tempo. Molti bias agiscono soprattutto nelle decisioni rapide ed emotive; fermarsi a riflettere, verificare le fonti, considerare spiegazioni alternative e approfondire favoriscono un pensiero più critico.
Conoscere è una delle attività più belle ed entusiasmanti; capire come evitare i cortocircuiti causati dai bias cognitivi può aiutarci a farlo nel modo migliore.
“Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza (S. Hawking)”.





