Una sfida: “fare” teatro

In margine ad un evento teatrale, una riflessione del regista sul possibile impatto della consapevolezza dei processi comunicativi teatrali estesa ai formatori di ogni genere

Reduce come sono dall’allestimento e dalla fortunata realizzazione di uno spettacolo teatrale presentato ad Uta domenica 1 dicembre e a Villaspeciosa sabato 4 gennaio (le due pièces erano Finite le vostre frasi! di J. Tardieu e George Dandin di Molière), vorrei approfittare dell’occasione per riflettere con voi su quale possa essere l’impatto del “fare” teatro (badate, “fare”, non solo “guardare”) su una società sempre più prigioniera di un consumismo insensato col suo corredo di materialismo e di individualismo distruttivi. Distruttivi della personalità, soprattutto, specie se questa è in formazione o appena sbocciata come capita, in modo particolare, a scuola. Bella scoperta, vi sento dire, il teatro a scuola si è sempre fatto e non è che le cose siano cambiate granché: verissimo. Ma proprio per questo la mia idea (non nuovissima, certo), trasformata in progetto e verificata in parte sul campo, è che a “fare teatro” non siano solo gli alunni ma anche, e soprattutto, i docenti, ai quali si dovrebbe poter offrire un percorso semplificato di formazione, diciamo, attoriale. Cerco di spiegare almeno tre dei fattori su cui quest’idea si basa: a) cosa studia e cosa fa un attore, b) il ruolo e la condizione dell’insegnante nella scuola di oggi, c) l’impossibilità o l’estrema difficoltà di contrapporsi da parte delle istituzioni formative, oggi, al potere condizionante del consumismo.

  1. per semplificare un discorso che richiederebbe lunghe e complicate trattazioni, possiamo dire che compito fondamentale dell’attore è “interpretare” e “comunicare”: per “interpretare” correttamente (cioè comprendere fino in fondo contesti, culture, problemi) un testo deve studiarne le motivazioni profonde, il colore prevalente delle emozioni, l’eventuale significato nascosto delle parole o frasi (e quindi il ruolo determinante del linguaggio, anche e soprattutto espressivo, e di tutte le sue sfumature) che dovrà portare in scena. In questo lavoro di studio gli attori sono aiutati e guidati dal regista, il cui compito è quello di stabilire il “taglio” da dare ad opere spesso ambigue o dai diversi significati possibili. In questo senso anche l’insegnante “studia” o meglio “seleziona e adatta” i materiali che dovrà proporre; la regia gli deriva, se vogliamo, dalle indicazioni del programma, dai testi critici, dalle caratteristiche della classe. L’attore deve poi “comunicare” al pubblico il sottile e complesso “impasto” emotivo e comportamentale del personaggio che interpreta: l’attore non spiega, dimostra, esemplifica/semplifica, schematizza nulla. A differenza dell’insegnante, l’attore “è” il personaggio e, se è un bravo attore, il pubblico ci crede, si emoziona, si immedesima, si sente trasportato altrove, vive anche lui quell’altra vita. Poi l’applauso, certo. L’insegnante non è formato per questo tipo di comunicazione (a meno che non vi sia personalmente disposto, capita, per fortuna, e quelli sono i migliori insegnanti, dove per “insegnante” intendo “colui che lascia un segno”) e sta proprio qui, spesso, la sua difficoltà a trascinare nel contesto che sta presentando alunni che vivono in altre realtà, apparentemente molto diverse, che non capiscono la trasversalità temporale della cultura (i problemi dell’esistenza umana sono sempre gli stessi, in fondo) e quindi si disinteressano di conoscenze che ritengono superate, vecchie, noiose, inutili: “Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera” (S. Quasimodo) può allora rappresentare per loro solo una “palla” un po’ stramba da mandare a memoria o di cui parlare e non, in fondo, il senso profondo della vita di ognuno. Ecco, qui, più che mai, una formazione specifica può fare la differenza e non si tratta di fare scena, sia chiaro. Diciamo che la consapevolezza dei meccanismi della comunicazione profonda, delle aree del corpo ad essa deputate, della capacità di utilizzo del silenzio, dei colori della voce e della profondità dello sguardo quando si fa esperto a veicolare significati universali – quindi capaci di interessare visceralmente prima che intellettualmente – può fare la differenza. Anche perché un insegnante, ma anche un genitore, così formato, non solo sa comunicare ma percepisce nei ragazzi, attraverso gli stessi meccanismi corporei, le emozioni suscitate, un nuovo interesse o, mettiamo pure, un rifiuto. Bene, anche quello può essere gestito con le stesse tecniche (non razionali, si badi), mettendo da parte urla e registri e note e punizioni. Data la complessità della questione non posso, in questa sede, approfondire di più ma so che molti educatori a vario titolo capiranno.

  2. Mi si dirà, come spesso mi è stato detto, “ma questo può andare per le materie letterarie, e matematica, e fisica, e ragioneria?”. Giusto anche questo, e qui subentra un altro elemento facile da capire ma difficilissimo da attuare. Diciamo, intanto, che l’insegnante si trova da solo ad affrontare gli effetti del condizionamento che il tipo di società in cui viviamo impone ai giovani (e non solo), quindi può succedere che se l’insegnante possiede un carisma personale riesce a lavorare, altrimenti no o con molta fatica. Allora è facile demotivarsi, stressarsi, pensare a mollare tutto (molti lo stanno facendo). Ed ecco l’aspetto di cui parlo: gli attori lavorano in squadra (come i calciatori, tanto per dire), ognuno di loro è supportato dagli altri, prima e dopo lo spettacolo, la capacità di “improvvisazione” (che non è mai affidata al caso, si badi) ne è rafforzata, la sicurezza di avere le spalle coperte è fondata. A scuola, purtroppo, i Consigli di Classe sono – a parte i tanti casi virtuosi, si capisce – o ring dove si scatenano lotte furibonde su questioni a volte insignificanti o riunioni piatte e amorfe da dove ognuno non vede l‘ora di andarsene, e allora va bene tutto, passa tutto, discussioni zero. Altra cosa sarebbe (è un sogno, lo so) se i Consigli di Classe fossero composti da persone che hanno alle spalle una formazione simile, come un gruppo teatrale, appunto. Le classe avrebbe a che fare con un metodo condiviso, con un cambio di materia, sì, ma non di impostazione: lo sforzo sarebbe collettivo e perfettamente calibrato; addio insuccessi, abbandoni, ingestibilità, mi sento di dire, nella maggior parte dei casi. Oggi, la posizione dell’insegnante faticosamente formato sui contenuti, selezionato duramente, obbligato, per lo più, ad un lungo precariato è difficilissima perché i contenuti non bastano più; le LIM, i contenuti digitali, la multimedialità, i trucchetti da pubblicitari possono in parte alleggerire il problema ma la vera necessità mi pare un’altra: agire sulla “libido”(la forza vitale, cioè), sull’emozione profonda, la sola che sappia davvero muovere l’interesse, e quindi offrire agli insegnanti una formazione da comunicatori di professione, a seguito della quale star meglio con se stessi e quindi con gli altri. Cari colleghi (o ex colleghi), se mi state leggendo, badate che io che non penso affatto che voi non sappiate stare con voi stessi o in classe, mi riferisco solo a certi particolari, difficili, vitali dal punto di vista educativo e sempre più frequenti momenti della vita di classe che tutti avrete, come me, vissuto. Se non vogliamo ridurci a semplici impiegati della valutazione elettronica (e il resto) ma conservare e anzi rafforzare il nostro ruolo di formatori delle generazioni future, dobbiamo cambiare, possiamo farlo.

  3. Tanto più che, lo vediamo tutti, la cosiddetta globalizzazione, il consumismo, l’interesse per il solo denaro, per l’apparire, sta “svuotando” le teste e i cuori di molti dei nostri ragazzi impedendo loro perfino di capire un testo qualunque (4 su 5 non sanno farlo, dicono le statistiche), figurarsi di partecipare attivamente e criticamente alla società democratica alla quale tutti aspireremmo ma che forse sta morendo (quanto poi questo drammatico effetto non sia scientificamente pianificato resta da discutere, ma non posso dilungarmi oltre).

Per questo, dunque, noi della Compagnia (In)Stabile di Sardegna facciamo teatro nel modo speciale in cui lo facciamo, per questo stiamo pensando di organizzare percorsi attoriali per chi, nella vasta società civile, ha intuito le vere difficoltà nelle quali stiamo annegando, per questo continueremo imperterriti a rivisitare i testi straordinari dei mostri sacri del teatro mondiale. E a riproporli.

Ne va della ritrovata serenità del nostro spirito.

Gianni Rallo

Una scena di "Dandin"

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