Un miracolo attribuito a Santa Greca: Il sogno di Efisia
di Maria Rosaria Scalas
Diversi brani delle Sacre Scritture confermano l’azione di Dio attraverso i sogni. “Dio parla…Lo fa con un sogno, con visioni durante la notte, quando sugli uomini cade un sonno profondo, mentre dormono nel loro letto” (Giobbe 33: 14-15)
L’azione divina nel sogno è al centro dell’episodio che sto per esporre. Esso è tratto dagli atti raccolti nel corso del processo ordinario informativo in fase diocesana sulla fama di santità di Fra Ignazio da Laconi.
Trascorsero ben sessantatré anni dalla morte dell’umile fraticello (1781) prima che venisse avviata la causa di beatificazione di colui che da tutti ormai era chiamato “il frate del popolo”, il Religioso tanto caro ai sardi e venerato in tutta l’Isola.
Il 16 luglio 1844, data in cui ebbe inizio la causa di beatificazione, nell’Archidiocesi di Cagliari fu avviato il primo processo ordinario informativo sulla fama di santità del Religioso Cappuccino, che si concluse il 3 luglio 1845.
Altri processi si susseguirono fino al 4 maggio 1854, data in cui fu promulgato il decreto di introduzione della causa.
In questo arco di tempo davanti al tribunale diocesano furono chiamati a riferire sull’eroicità e le virtù cristiane di Fra Ignazio numerosi testimoni e, fu appunto nel contesto di queste indagini che fece la sua comparizione Rita Farci, cittadina di Cagliari, quale testimone di un evento miracoloso occorso a sua sorella Efisia, gravemente ammalata.
Nella sua deposizione ella rievoca i momenti di patimento vissuti nell’àmbito familiare per l’aggravarsi dello stato di salute della propria congiunta e la sua grande sofferenza, descrive poi in maniera efficace l’episodio di un sogno, precorritore di grazia, esperienza “vissuta” con forte emotività dall’ammalata e condivisa con la stessa intensità di sentimenti da tutta la famiglia che, avendo riposto la fiducia nella Provvidenza, dal Cielo attendeva una risposta.
Qui di seguito, trascrivo fedelmente dall’originale il testo del documento d’archivio contenente la deposizione resa da Rita Farci:
“Ogni anno ho adempito entro il tempo prescritto il precetto della Confessione e Comunione Pasquale nella parrocchia di San Giacomo, ed ho perseguito questi Sacramenti ancora più volte infra l’anno. Vengo qui per citarla, e per dire la verità, e niun altro fine mi guida, né ho avuto veruna istruzione.

Ho udito a nominare il Servo di Dio Fra Ignazio da Laconi questuante Cappuccino dalla mia nonna Maria Antonia Usai che piccolina di sette od otto anni lo aveva conosciuto, e da molte altre persone che dicevano di lui con rispetto, e religiosa stima. Non ho sentito che sia stata scritta la sua vita.
La mia sorella Efisia nel mese di novembre cominciò a sentirsi dolore di molare alla mascella superiore, non mi ricordo sinistra o destra, mi pare ora, alla sinistra; noi credevamo che il dolore provenisse da raffreddore, ma invece era altra causa.
Le si gonfiò la mascella, il capo, e il collo mostruosamente, di maniera che un fazzoletto di tre palmi e più appena glielo cingeva sotto la barba, e toltale la camicia, perché altra camicia alla donna non le veniva giusta, gliene vestimmo una da uomo del nostro Papà, la quale sua apertura fino al petto appena le cingeva il collo; il giorno della Purissima Concezione era comparso un tumoretto della grossezza d’una mandorla, e da allora crebbe, come ho detto, mostruosamente.
Il giorno della Speranza alle quattro di mattina si aperse al di dentro della bocca questo tumore e ne scolò màrcia mista con un po’ di sangue in tanta copia che [ne riempimmo] un piatto della capacità d’un litro, fino a fluir per terra, ed era puzzolente, e così nella parte interiore l’enfiazione calò, ma nell’esterno la mascella rimase tesamente gonfia e dura come pietra che sembrava una pergamena nuova; dopo quello scolo pure un grosso tumore quanto un limone [……] che aveva alla tempia dello stesso lato della mascella calò un poco, tutto questo io ho veduto coi miei occhi; dopo giorni tornò l’enfiazione alla parte esterna, e il giorno dell’Epifania le si aperse di fuori e ne fluì màrcia puzzolente in gran copia che noi abbiamo [assorbito] con pannolini; e così periodicamente per circa tre anni ogni quindici giorni e più tardi ogni mese tornava, cresceva e decresceva il detto tumore, e [……] colandole sempre màrcia puzzolentissima riaprendosi e rimarginandosi ogni volta la piaga, soffrendo dolori acutissimi senza potere mangiare, bere e dormire, sicchè per noi che dormivamo tutte nello stesso letto, era una grande tribolazione; debbo aggiungere che nell’[àmbito] dell’enfiazione la lingua diventò grossa come di bue, questo la prima volta che le impediva di parlare; consecutivamente però la lingua diventava dura e parlava a stento.
Finalmente il terzo anno avendo saputo che si poteva invocare il Venerabile Servo Fra Ignazio, la sera del diciassette ottobre sentendosi tornare nuovamente l’enfiazione con acerbi dolori per cui piangeva inconsolabilmente fino a desiderarsi la morte, per non vivere una vita sì infelice ed addolorata, fece l’invocazione al Venerabile Servo presenti noi tre sorelle Teresa, Francesca e me deponente, con queste precise parole: << Fra Ignazio mio sanatemi la mascella, che io farò scrivere la sanazione fra i vostri miracoli >>. E noi soggiungemmo << Si pregalo di cuore, e noi con te pregheremo che Iddio e Fra Ignazio ti faccia la grazia >>; e ciò detto ci spogliammo per metterci a letto. Quella stessa notte essa vide in sogno una bella Santa, e discosto da questa un due passi un Frate Cappuccino con abito grigio e logoro, e domandò: << Chi mai è questa Santa? Oh come è bella! >> – << Io sono Santa Greca >> rispose, << Non temere, sanerai , ma vieni una volta a visitarmi >> ed essa replicò << Oh non ci sono andata mai >> ; e la Santa soggiunse << Dillo a tua madre, e vieni una volta! >>. E poi guardato il Frate [disse]: << Oh Gesù Maria che brutto Frate è questo, ed egli chi sarà mai? >> Ed egli [rispose] << Io sono Fra Ignazio, non temere, l’enfiazione ti verrà per tre volte e poi sanerai >> e così disparve la visione.

Alle ore due dopo la mezza notte noi ci destammo, e come ci vide deste << Sapete una cosa? >> disse la sorella << Mi son sognata un bel sogno…>> e ce lo raccontò, tal quale l’ho riferito ………..In appresso l’enfiazione le tornò un’altra volta, e poi la terza, la vigilia del Santo Natale, ed indi guarì in pochi giorni. E queste tre volte fra le quali è compresa quella in che ebbe il sogno, l’enfiazione era tollerabilmente dolorosa, anzi con poco dolore, potendo dormire, mangiare, bere, e lavorare. Veniva la suppurazione e in pochi giorni cessava. Questa sanazione io la credo miracolosa, perché la sanazione fu contumace a tutti i rimedi dell’arte chirurgica. La sanazione avvenne nella casa che allora abitavamo in San Giacomo in Villanova, sobborgo di questa Città, piano superiore. Or son sette anni compìti al testè trascorso Santo Natale…L’apparzione in sogno seguì la notte dal diciassette al diciotto del mese d’ottobre dello stesso anno, cioè due mesi e sette giorni alla vigilia del Natale in che per la terza ed ultima volta l’enfiazione, che poi fra pochi giorni guarì definitivamente e perfettamente…”.
Intorno a Efisia, in questa storia fatta di dolore e di speranza, si avvicendano tre medici. Il primo è un certo dottor Nurra, il successivo è il dottor Gaetano Manca. Entrambi affrontano il male della poveretta con metodi empirici, e con pratiche inadeguate, addirittura mutuate dalla medicina popolare. Per ultimo entra in scena un chirugo, il dottor Giovanni Licheri. Quest’ultimo al di là delle solite cure palliative, decide di intervenire chirurgicamente e, per oltre tre ore armeggia in quella bocca già abbastanza compromessa dal tumore “con gran tormento della paziente sorella [che rifiutandosi] formalmente di continuar l’operazione, [facendo riferimento al tumore] disse: << questo, verrà con me al Campo Santo! >>.
Ed è davanti a questo problema umanamente insolubile “che ci siamo abbandonate alla Provvidenza di Dio che ci consolò mediante la intercessione del Venerabile Servo Fra Ignazio…La sanazione fu perfetta come ho detto [e la sorella fu risanata, rimanendole solo la cicatrice della piaga], e benchè non sia ferma di salute per la sua [fragile costituzione], da allora in poi non ha più patito enfiagione di sorta, e ha potuto e può lavorare. Per ottenere questa grazia noi abbiamo invocato il patrocinio di Sant’Onofrio, di San Raimondo, della Madonna e di altri Santi…quanto poi a Santa Greca, né la sorella Efisia né noi l’abbiamo mai invocata. La sorella l’anno appena trascorso, nel mese di settembre, benchè non di buona voglia, si recò a visitarla nella sua chiesa, nella terra di Decimo. Noi abbiamo aspettato un anno per vedere se la guarigione fosse perfetta per far celebrare la Messa in ringraziamento come avevamo promesso nella chiesa dei Cappuccini…”
Fin qui la narrazione di Rita che, con la sua dichiarazione di fede, dettata da profonda gratitudine verso Dio, diede forza alla promulgazione del decreto sull’eroicità delle virtù di Fra Ignazio, salito solo un secolo dopo all’onore degli altari (1951).
Riportando l’attenzione sul “sogno di Efisia”, data la ripetuta esaltazione delle virtù taumaturgiche del Servo di Dio Fra Ignazio, per amore di campanile si potrebbe essere indotti a pensare che nella scena onirica, alla figura della nostra Santa Compatrona sia stato attribuito un ruolo del tutto marginale. Tuttavia è Greca a presentarsi per prima ad Efisia, introducendo l’azione dell’Amore di Dio nel sogno; è Lei, pur non essendo mai stata invocata, a irrompere con la “Sua bellezza” nella scena della grazia, preannunciando la sanità del corpo per Efisia e invitandola a visitare il Suo santuario. Anche Greca, la “Santa dei Miracoli” come venne appellata da Don Raimondo Maxia nella Rivista “L’Aurora di Decimo”, si era voluta manifestare a questa creatura sofferente incitandola a restare salda nella fede e ad attendere la risposta di Dio. Greca ha testimoniato col martirio la Sua fede in Cristo e in ragione di quel sacrificio, per Sua intercessione – che è espressione della Comunione dei Santi – Dio nel Suo amore misericordioso ascolta costantemente le nostre preghiere e concede innumerevoli grazie a chi a Lui si affida. Nulla conosciamo della vita terrena di Greca ma nel corso dei secoli, intorno a questa fulgida figura della Chiesa Sarda si è andata sempre più consolidando la fama di potente Intercessora.

Sulla scìa degli antichi Goccius concludo questo mio lavoro formulando per Santa Greca la seguente lode:
In d’unu bisu, cun àterus Santus
Distinta t’apparis po grandu bellesa,
solicitendi a mantenni fortesa,
in su Signori a confidai.
De su Templu deximesu
Ti proponis ospitadora
Sias de sa devota genti
Sant’Arega intercessora




