Pedro Sànchez, l’unico che osa opporsi allo sceriffo mondiale Donald Trump
di Sandro Bandu
C’è un capo di Stato in Europa, solo uno purtroppo, che ha ancora il coraggio di opporsi allo sceriffo del mondo: il tycoon americano Donald Trump che si è visto negare le basi spagnole, e non è la prima volta che Pedro Sànchez non si allinea ai suoi voleri a differenza di altri leaders, compresi quelli di casa nostra.
Il capo di Stato in questione è appunto il Primo ministro spagnolo Pedro Sànchez che già nel giugno scorso si era opposto alla pressante richiesta di Trump di aumentare, entro il 2032, fino al 5% del PIL le spese militari per la sicurezza e la difesa.
Secondo il primo ministro spagnolo questa richiesta è irragionevole perché nel suo paese comporterebbe un sensibile aumento della spesa militare, portandola a 80 miliardi l’anno, quasi la metà delle uscite per le pensioni.
E questo vuol dire tagliare i fondi per il welfare, le pensioni, la sanità, la scuola e così via e la Spagna non se lo può permettere, né sarebbe giusto per i suoi cittadini.
Mentre da noi la nostra premier Giorgia Meloni ha accolto supinamente le richieste degli USA, accettando così di portare la spesa militare a 100 miliardi di euro l’anno rispetto ai 34 miliardi di euro l’anno che dal triennio 2021\24 spendiamo per la nostra difesa.
E secondo voi, in un paese in bolletta come attualmente è l’Italia, dove già vengono tagliati i finanziamenti alla scuola, dove la sanità è sempre più carente e non si riesce a sostituire i medici che vanno in pensione e dobbiamo farli arrivare da Cuba, Argentina, Perù e così via, dove le interminabili liste d’attesa anziché diminuire aumentano, da dove diavolo reperiamo 100 miliardi l’anno per le spese militari?
Il governo Meloni ce lo deve dire ma preferisce non farlo vantando mirabolanti risultati economici e sociali su non si sa quale pianeta, e nel frattempo la pressione fiscale in Italia è salita al 43,1 %, il massimo dal 2014 ad oggi, eppure in campagna elettorale la Meloni e il suo compare Salvini avevano promesso il taglio delle accise sulla benzina, l’eliminazione della legge Fornero sulle pensioni e così via.
Ma torniamo al primo ministro spagnolo Pedro Sànchez.
L’ultimo schiaffo sferrato a Trump è di questi giorni, quando ha vietato di usare come hub di rifornimento le basi di Moron de la Frontera, in Andalusia e vicina a Siviglia, e di Rota, vicino a Cadice, confermando una linea che, pur critica verso la Repubblica Islamica e il suo regime, è assolutamente contraria a ogni escalation militare.
Per prassi gli Stati Uniti si rivolgono sempre agli alleati per chiedere spazio di manovra nelle basi Nato site fuori dal territorio americano.
Uno smacco per il leader Usa che ha annunciato lo stop agli scambi commerciali con il “terribile” governo guidato da Pedro Sanchez: “Non vogliamo avere nulla a che fare con loro, un paese che non ama l’America“.
Negli ultimi anni la Spagna, con il suo leader Sànchez, si è distinta in Europa come uno dei Paesi più critici nei confronti della politica estera degli Stati Uniti, dalla guerra di Israele a Gaza all’attacco ultimo contro Teheran.
Inoltre è stato uno dei primi Paesi a rifiutare apertamente l’invito dell’amministrazione Trump ad aderire all’iniziativa del Board of Peace, adducendo preoccupazioni sulla sua coerenza con l’impegno di Madrid nei confronti del diritto internazionale, delle Nazioni Unite e della diplomazia multilaterale.
Insomma, una voce fuori dal coro che tanto fastidio, e non solo, sta dando allo sceriffo Donald Trump, un presidente che fa paura agli stessi americani e che dice di esportare la democrazia nel mondo mentre, con la sua agenzia investigativa, la famigerata e controversa ICE, la sta minando nel suo stesso Paese.






